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	<title>Diario di bordo</title>
	<link>http://claudiorise.blogsome.com</link>
	<description>In viaggio con le ipotesi di lavoro e ricerca di Claudio Risé</description>
	<pubDate>Tue, 22 Jul 2008 05:12:01 +0000</pubDate>
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	<language>en</language>

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		<title>Il senso della vacanza</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2008 05:11:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Pensieri e passioni (da Il Mattino di Napoli)</category>
	<category>Psiche e società</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 luglio 2008, www.ilmattino.it
	Perché in vacanza spesso non siamo contenti, o ci stanchiamo? A volte abbiamo scelto male, il tour operator, o la compagnia, non andavano bene. Di solito, però, il problema è un altro. Può anche darsi che il posto sia bello, la compagnia ottima, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 luglio 2008, <a href="http://www.ilmattino.it" target="_balnck">www.ilmattino.it</a></strong></p>
	<p>Perché in vacanza spesso non siamo contenti, o ci stanchiamo? A volte abbiamo scelto male, il tour operator, o la compagnia, non andavano bene. Di solito, però, il problema è un altro. Può anche darsi che il posto sia bello, la compagnia ottima, tutto insomma funzioni ma&#8230; non ci sentiamo a posto. E torniamo a casa più stanchi di quando siamo partiti. Come mai? Di solito, perché vogliamo «riempire» la vacanza di cose, eventi, persone. Mentre dovrebbe essere un&#8217;esperienza di vuoto.<br />
La radice della parola vacanza è la stessa del latino <em>vacuum</em>, che significa, appunto, vuoto. Questo periodo può ristorarci proprio perché fa succedere un momento di svuotamento dagli impegni, incontri, pensieri, alla normale vita quotidiana, che invece è zeppa di tutte queste e altre cose.<br />
La prima necessità della vacanza, per funzionare davvero, è dunque quella di cambiare la nostra vita di ogni giorno. Ciò viene sempre più spesso interpretato come un dover cambiare luogo, abitazione. Stiamo in città, e andiamo in un paese di mare, stiamo in Italia, e andiamo all&#8217;estero, convinti che questo cambiamento, di per sé, ci metta «in vacanza».<a id="more-444"></a><br />
In realtà il luogo dove stiamo è un elemento importante, ma ancora superficiale. Decisivo è invece sostituire, alle abituali preoccupazioni, assilli, pensieri, un momento, appunto di vuoto. I padri della Chiesa lo chiamavano «deserto». Vedendolo come un luogo psicologico e mentale caratterizzato appunto da un&#8217;assenza di contenuti, e proprio per questo idoneo a farci trovare ciò che di solito non vediamo: chi siamo noi stessi, e (nella loro ricerca), persino Dio.<br />
Questi contenuti importanti, che quando vengono trovati ci riempiono di felicità, ci appaiono però quando meno ce li aspettiamo: nel linguaggio della patristica appunto nel «deserto», non nel monastero o nella cattedrale, luoghi impegnativi, iperorganizzati, dove difficilmente può prodursi qualcosa di nuovo.<br />
Le vacanze di oggi spesso non funzionano perché sono troppo affollate: non tanto di persone, ma di idee, cose da fare, impegni. L&#8217;industria delle vacanze, ma anche l&#8217;editoria, le comunicazioni che si occupano di questa parte della vita umana, sono sempre più impegnate nell&#8217;evitare a chi smette di lavorare ogni momento di noia. Questo, però, è un gravissimo errore. In realtà, quelle prime ore di noia, o almeno di straniamento, che seguono all&#8217;inizio della vacanza sono la migliore garanzia che quel periodo funzionerà, andrà bene.<br />
La noia infatti, il senso di straniamento, intervengono appunto quando noi stiamo uscendo dai riti, dalle ansie, dai pensieri che affollano, riempiono incessantemente, la nostra vita quotidiana. Allo sparire di tutto ciò, che indica appunto una situazione diversa, più «vuota», nella quale potremo finalmente riposarci, e magari anche accorgerci di qualcosa di davvero nuovo, il nevrotico superimpegnato e abitudinario che è in noi viene preso da un leggero panico. Com&#8217;è possibile non far nulla, o quasi? Sarà poi giusto, morale?<br />
A questi interrogativi preoccupati risponde subito l&#8217;industria turistica proponendoci incontri, dibattiti, escursioni, avventure, feste. A quel punto, la nostra vacanza è già fortemente in pericolo. Lo sperimentare tranquillamente il vuoto, l&#8217;<em>otium</em> dei latini, rischia di diventare impossibile perché siamo di nuovo impegnati fino al collo in mille «<em>negotia</em>», occupazioni e progetti. A quel punto, abbiamo prontamente evitato la noia, e quel senso di straniamento che accompagna ogni reale cambiamento di ambiente, ma abbiamo anche liquidato la nostra sospirata vacanza. Per continuare a stancarci, come sempre.</p>
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		<title>Il teologo Mancuso, e i patiti della forza</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jul 2008 15:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Psiche e società</category>
	<category>Identità</category>
	<category>Il buon Selvatico (da Tempi)</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Tempi”, 17 luglio 2008, www.tempi.it
	Il teologo Vito Mancuso, molto amato non solo dal Foglio, dove scrive cose molto interessanti, sostiene che la forza costituisca il massimo interesse degli uomini e il vero principio che muove la loro storia. In questa convinzione ha dato pochi giorni fa un formidabile assist alla visione dell’uomo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Tempi”, 17 luglio 2008, <a href="http://www.tempi.it" target="_blanck">www.tempi.it</a></strong></p>
	<p>Il teologo Vito Mancuso, molto amato non solo dal Foglio, dove scrive cose molto interessanti, sostiene che la forza costituisca il massimo interesse degli uomini e il vero principio che muove la loro storia. In questa convinzione ha dato pochi giorni fa un formidabile assist alla visione dell’uomo e della storia del Friedrich Nietzsche de <em>L’Anticristo</em>, associandosi al filosofo tedesco nell’invitare la Chiesa a parlare della forza, che veramente interessa agli uomini, invece di attardarsi nel riproporre testi e scritture polverose. Il che fa già venire un po’ i brividi: i Vangeli saranno tra quelle?<br />
Mancuso ha citato come riconoscimento della forza anche l’attenta accoglienza riservata a Bush da Benedetto XVI, ben consapevole, sottolinea il teologo, di tutti i morti provocati dalla guerra in Iraq. Par di capire, dunque, che di un gesto di resa al principio della forza si sia trattato (in quello come in altri episodi politici ricordati da Mancuso), a conferma dell’irriducibile potenza della forza, alla quale tutti, Papa compreso, devono piegarsi. A meno di raccontare menzogne, quelle appunto di cui parla Nietzsche.<a id="more-443"></a><br />
A ulteriore conferma dell’eterno riconoscimento del potere della forza, il teologo chiama in causa direttamente l’<em>ananche</em> greca e la latina <em>necessitas</em>, traducendole entrambe (con una certa sbrigativa brutalità) appunto con “forza”.<br />
Non sono teologo, e neppure filosofo. Queste posizioni, però, mi interpellano perché riguardano fatti e vicende proprie della vita di ogni uomo, e toccano in modo particolare la sua salute psichica, come ben dimostra la biografia di Nietzsche, che dopo grosse sofferenze finì la sua vita mandando bigliettini firmati Dioniso.<br />
Innanzitutto l’<em>ananche</em> greca e la latina <em>necessitas</em> rappresentano, per come le incontriamo nella psiche delle persone, non delle forze, bensì – direbbe Jung – un fatto. Vale a dire l’essere in un mondo che l’uomo non ha creato e di cui non è né misura né controllore. Col quale – visto anche laicamente, come il “piano di realtà” freudiano – sarebbe quindi sensato scegliere di cooperare.<br />
Certo, a volte occorre contrapporsi. Non necessariamente, però, per la passione della forza in sé, come ritiene la lunga linea Nietzsche-Mancuso. Piuttosto, invece, per essere fedeli a quella che (anche all’osservazione psicologica) risulta essere la vera, profonda passione umana. Che non è quella per la forza, ma quella per l’amore, a cominciare da quello per la vita (per la cui difesa occorre, a volte, anche far guerra, o accogliere chi l’ha fatta).<br />
La forza, e anche la resa ad essa, “necessitano” solo per conservare, condurre al meglio, e infine saper lasciare la vita. Il gusto della forza in sé è invece una passione per specialisti del potere che di solito copre più o meno malamente rilevanti debolezze, come la psicoanalisi svela quotidianamente. Il mondo va avanti piuttosto per il desiderio di vivere, di godere, e di amare. Che, certo, richiede forza (vitale, appunto) e anche resa alla necessità.<br />
I patiti della forza sono fortunatamente minoranza (tranne quando prevale la sua ideologia) rispetto ai seguaci della vita, dell’amore e del godimento. E, come di nuovo dimostra anche la biografia di Nietzsche, di solito non stanno benissimo. Il che vuol pur dire qualcosa.</p>
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		<title>Vacanze dei giovani, il rimedio all’ansia</title>
		<link>http://claudiorise.blogsome.com/2008/07/15/p442/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Jul 2008 17:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Pensieri e passioni (da Il Mattino di Napoli)</category>
	<category>Scuola, Educazione</category>
	<category>Giovani</category>
	<category>Psiche e società</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 luglio 2008, www.ilmattino.it 
	Le vacanze dei ragazzi, e dei giovani in generale, non sono mai state una passeggiata. La loro naturale e sacrosanta propensione per il piacere e l&#8217;avventura già tende a metterli in situazioni difficili. La preferenza giovanile per la notte poi (la dea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 luglio 2008, <a href="http://www.ilmattino.it" target="_blanck">www.ilmattino.it </a></strong></p>
	<p>Le vacanze dei ragazzi, e dei giovani in generale, non sono mai state una passeggiata. La loro naturale e sacrosanta propensione per il piacere e l&#8217;avventura già tende a metterli in situazioni difficili. La preferenza giovanile per la notte poi (la dea che per i greci era madre di Thanatos, la morte) non fa che aumentarne i rischi. Ora però (la sorte di Federica è solo l&#8217;ultimo esempio), la situazione si fa più drammatica. E, alla vigilia della partenza dei figli, i genitori tremano. Il timore è realistico, e opportuno.<br />
Solo gli stupidi non hanno paure: il «timor dei», di ciò che il destino ti può riservare, ha sempre fatto parte della saggezza. Non deve però trasformarsi nella generica e nevrotica «ansia», che ti toglie il respiro senza aiutarti a vedere meglio la situazione, ed è ben nota alla psicologia contemporanea.<br />
Per coltivare un saggio timore, e non diventare ansiosi, può forse essere utile cercare di capire meglio (senza diventare preda di uno sgomento generico), perché le vacanze dei giovani d&#8217;oggi, siano le ferie di Federica, o il viaggio d&#8217;istruzione di Meredith, o i tanti viaggi oltreoceano di giovani curiosi e ritornati senza vita, abbiano troppo spesso un esito tragico.<a id="more-442"></a><br />
Un tratto comune di questi episodi è un&#8217;ingenuità: le giovani vittime delle vacanze contemporanee si affidano a qualcuno (a volte a più persone), che poi approfitta di loro, e li uccide. Questo spesso deriva dal fatto che non hanno paura. Si tratta di una caratteristica giovanile bella, e di sempre: la fiducia negli altri, l&#8217;aspettativa dell&#8217;amore (nel quale sono spesso cresciuti, oggi assai di più di una volta), la non conoscenza del calcolo, della violenza, e di quella forma di perversione profonda che può spingersi fino a togliere la vita di un&#8217;altra persona.<br />
Fino a poco tempo fa il mondo degli adulti conosceva perfettamente questo strabismo affettivo dei giovani, che preferiscono vedere il bene anziché il male, e li metteva in guardia. Poi, con la pedagogia di massa, si è affermato il mito della socializzazione innanzitutto. I bambini, e poi i giovani, dovevano soprattutto socializzare. Anche nella valutazione del profitto scolastico, la capacità di aprirsi agli altri è diventata sempre più importante. Contemporaneamente, tutte le informazioni che rendevano la socializzazione meno automatica, più complessa, sono divenute impopolari.<br />
Nell&#8217;educazione, la presentazione dell&#8217;aspetto problematico dell&#8217;altro, la sua possibile aggressività, il suo lato a volte interessato o psicologicamente disturbato, venivano omesse in quanto produttrici di resistenze alla socializzazione. Inutile dire che questa è anche la via più comoda, in quanto nessun giovane desidera sapere che un amico può tradirlo (e anche se informato, non sempre lo crede).<br />
Agli effetti del mito della socializzazione facile e indolore, si sono poi accompagnati gli interessi del turismo. Evidenti, ad esempio, nelle proteste spagnole al fatto che le cronache italiane raccontino in modo veritiero, e senza edulcorazioni, la vicenda di Federica. Gli affari sono affari, e il mito dei luoghi di vacanza come sede di bontà e amore universale non deve essere messo in discussione. Il giovane viandante finisce così con il non aver più la consapevolezza, ben nota al viaggiatore di una volta, di essere oggetto anche di attenzioni interessate, che possono dar luogo a improvvisi pericoli.<br />
Nulla deve turbare la sua serenità, secondo le migliori regole della società dello spettacolo. Che però non sempre è a lieto fine. Spieghiamolo con calma ai nostri ragazzi, senza timore di essere noiosi.</p>
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		<title>In vacanza dai pregiudizi: per ascoltare l’altro</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 16:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Padre</category>
	<category>Il buon Selvatico (da Tempi)</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Tempi”, 10 luglio 2008, www.tempi.it
	Vorrei proporre a me stesso, e ai lettori, di andare in vacanza dai pregiudizi, dalle idee che abbiamo costituito sugli altri e sulle loro opinioni, e che dirigono i nostri comportamenti in modo automatico. Non è una proposta relativista: è solo perché, se non li ascoltiamo con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Tempi”, 10 luglio 2008, <a href="http://www.tempi.it" target="_blanck">www.tempi.it</a></strong></p>
	<p>Vorrei proporre a me stesso, e ai lettori, di andare in vacanza dai pregiudizi, dalle idee che abbiamo costituito sugli altri e sulle loro opinioni, e che dirigono i nostri comportamenti in modo automatico. Non è una proposta relativista: è solo perché, se non li ascoltiamo con la curiosità e l’innocenza di un bambino, non riusciamo a sentire cosa gli altri ci dicono.<br />
Un esempio di vita quotidiana, per farmi capire. Qualche giorno fa incontro un gruppo di medici, che avevano voluto scambiare le mie opinioni ed esperienze di psicoterapeuta con le loro di cura del corpo. Persone interessate, sicuramente aperte, con una visione della vita, credo, non molto diversa dalla mia (molti anche lettori di questo giornale). Infatti scambio ricco e, mi è sembrato, appassionato. Non senza curiosi inciampi.<a id="more-441"></a><br />
Ad esempio, sollecitato a presentare le funzioni materne e paterne nell’accudimento ed educazione del bambino, propongo con poca originalità la mia nota visione della madre come figura dell’accoglienza e dell’appagamento del bisogno, e lo specifico paterno come azione e movimento (a cominciare da quello della fecondazione) e poi, dalla preadolescenza in poi, come operatore della rottura nella relazione fusionale madre-figlio, tuttora attiva ma ormai pericolosa per la costituzione dell’Io personale del figlio. È un punto che, lo so, suscita spesso resistenze, in particolare nelle donne. È del tutto comprensibile, se la questione non è stata vista prima. Ma sono interessanti i modi adottati per non ascoltare quello che l’altro dice. «Ah, dunque lei chiede che dall’adolescenza in poi la madre sparisca», è l’intervento di una signora.<br />
Vorrei spiegare, come di solito faccio, che la madre non deve affatto sparire, solo lasciare che il padre interrompa l’identificazione del figlio con lei, che l’ha addirittura ospitato nel proprio corpo. Percepisco però (anche per il caldo e la stanchezza) il muro di sordità arrabbiata dall’altra parte. Comunque ci provo, ma il risultato è: «Lei dice che la madre deve farsi da parte perché la donna è natura e l’uomo cultura, e quindi per entrare nella società è necessario il padre». Per la verità non l’ho mai detto, mai scritto, e non lo penso affatto. È tutto molto più complesso e profondo di così, e ha persino a che fare – penso – con quell’“occuparsi delle cose del Padre” (di cui il padre è figura putativa) che Gesù oppone alle ansie di Giuseppe e Maria, ma che, come tutto nella vita di Cristo, riguarda la fondazione della stessa personalità umana.<br />
Come dirlo, però? Come dialogare, se l’altro sente cose che non dici (e neppure pensi)? Come togliere di mezzo gli schemi mentali che occupano (sotto il segno dell’ansia) il campo della comunicazione e dell’incontro, forti del fatto che vengono ripetuti milioni di volte, come se avessero un qualsiasi fondamento, che alla fine nasce soltanto, invece, dalla loro incessante ripetizione?<br />
Penso che dovremmo (tutti) parlare meno, magari anche leggere e scrivere meno, ascoltare di più. Don Luigi Giussani, di cui fui ribelle ma affezionato allievo, ti ascoltava, ti guardava. Aveva un modo ascoltante di guardarti. Anche per questo quegli incontri furono così ricchi. Insomma, proviamo a fare come se non sapessimo nulla. Magari impariamo qualcosa.</p>
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		<title>Divorare tutto e il vuoto resta lì</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 18:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Psiche e società</category>
	<category>Consumo</category>
	<category>Identità</category>
	<category>Il buon Selvatico (da Tempi)</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Tempi”, 3 luglio 2008, www.tempi.it
	Ci scrive una lettrice: «Di dipendenze da internet ce ne sono di tanti tipi, io vivo quella da eccesso di ricerca di informazioni. Non mi interessano i videogiochi, chat o altro. Ma di fronte a questo contenitore infinito di dati e notizie di ogni genere continuamente cerco, guardo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Tempi”, 3 luglio 2008, <a href="http://www.tempi.it" target="_blanck">www.tempi.it</a></strong></p>
	<p>Ci scrive una lettrice: «Di dipendenze da internet ce ne sono di tanti tipi, io vivo quella da eccesso di ricerca di informazioni. Non mi interessano i videogiochi, chat o altro. Ma di fronte a questo contenitore infinito di dati e notizie di ogni genere continuamente cerco, guardo, studio tutto quello che posso, tutto quello che non so – un universo di cose! Ho l’ansia di non sapere, di dover rincorrere qualcosa, non so bene che cosa, ma ho paura che mi scappi».<br />
La lettrice ha naturalmente alcune ragioni biografiche che l’aiutano in questa direzione. Racconta: «Mi piace molto leggere; non ho potuto studiare granché e questo mi pesa; faccio un lavoro solitario al computer per otto ore di fila», e così via. La trappola in cui è caduta, però, non ha origini esclusivamente (forse neppure prevalentemente), personali.<br />
Ci sono persone estremamente erudite che hanno la stessa dipendenza, e altre cui non capita niente del genere. Si tratta piuttosto, come dimostra la sua vastissima diffusione, di una patologia che ha origine nel modello di cultura proposto dalla coscienza collettiva, col quale tutti, in un modo o nell’altro, ci troviamo a doverci confrontare.<a id="more-440"></a><br />
Darsi uno sviluppo educativo comporta anche, oggi, dare una risposta personale a questa spinta che ci viene trasmessa dal modo collettivo di pensare e di lavorare, di comunicare con l’esterno, con l’altro, gli altri. Di che spinta si tratta dunque? La lettrice ha una buona intuizione quando la definisce così: «Credo che questa dipendenza sia molto simile alla bulimia: è un divorare, una continua indigestione».<br />
Il punto è proprio questo: la pulsione a divorare, ingozzarsi, senza porsi alcun limite. Nozioni e dati, come fa la lettrice, ma anche molto altro: persone, cose, sostanze, denaro, come dimostra la sterminata lista delle dipendenze. Freud la chiamava “oralità”, e la psicoanalisi classica l’ha spesso vista – secondo me giustamente – come la base ultima della nevrosi, quella sulla quale, in modo diverso, si costruiscono tutte le altre.<br />
Eliot ha perfettamente descritto il protagonista di questo comportamento: The Hollow Man, l’uomo vuoto della società materialista e relativista.<br />
Da dove viene, però, questa spinta a divorare, e perché è impossibile saziarla? Perché il vuoto che questa pulsione divorante tende a colmare, riempiendosi di cibo, di affetti, di sesso, di persone o di potere, ha in realtà un’altra natura. Ciò da cui noi diventiamo dipendenti, e dove lo cerchiamo (su internet o per strada), è determinato dalla storia personale e dalle circostanze. Il non amato cercherà conferme affettive, l’insicuro cercherà vagonate di nozioni, o di denaro… La fame, però, non si placa. Perché noi esseri umani abbiamo bisogno d’altro.<br />
Abbiamo bisogno dell’Altro. Che incontriamo davvero quando riconosciamo (nel profondo, non solo intellettualmente, ma perché accettiamo di farne l’esperienza) il nostro limite, la nostra finitudine. È solo allora che la fame divorante si trasforma in tranquilla e dignitosa mendicità, nella disponibilità a ricevere sapendo che, tanto, abbiamo bisogno di tutto.<br />
Solo allora smettiamo di essere vuoti e abbiamo fame solo di Chi ci può davvero riempire.</p>
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		<title>Maturità drogate</title>
		<link>http://claudiorise.blogsome.com/2008/07/02/maturita-drogate/</link>
		<comments>http://claudiorise.blogsome.com/2008/07/02/maturita-drogate/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 17:42:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Pensieri e passioni (da Il Mattino di Napoli)</category>
	<category>Scuola, Educazione</category>
	<category>Giovani</category>
	<category>Psiche e società</category>
	<category>Cannabis</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da &#8220;Il Mattino di Napoli&#8221; del lunedì, 30 giugno 2008, www.ilmattino.it
	Un po’ di doping per reggere il periodo degli esami di maturità si è sempre usato. Quando li ho fatti io andava di moda il caffé freddo, o per chi si innervosiva troppo poderose brocche di te’, magari con  pesche o arance. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da &#8220;Il Mattino di Napoli&#8221; del lunedì, 30 giugno 2008, <a href="http://www.ilmattino.it" target="_blanck">www.ilmattino.it</a></strong></p>
	<p>Un po’ di doping per reggere il periodo degli esami di maturità si è sempre usato. Quando li ho fatti io andava di moda il caffé freddo, o per chi si innervosiva troppo poderose brocche di te’, magari con  pesche o arance. Ora invece vanno alla grande farmaci e droghe: valium per tranquillizzarsi ed evitare crisi di panico, cocaina per tirarsi su e rimanere svegli. Ma anche vari tipi di amfetamine, e farmaci di solito usati contro il morbo di Alzheimer, sempre per tenersi su di giri.<br />
Sembra che il fenomeno riguardi ormai il 20% dei maturandi.<br />
«Anche se gli insegnanti sembra non si accorgano di nulla – ha detto una studentessa – nelle scuole gira di tutto». Tra lo spaccio quotidiano negli istituti, e Internet, che in quanto a psicofarmaci e amfetamine è fornitissimo (cosa veramente ti venda poi, se le specialità dichiarate o altro, è un’altra questione), si trova tutto velocemente.<a id="more-439"></a><br />
Del resto, anche la <em>Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia</em>, presentata la scorsa settimana in Parlamento dal  sottosegretario alla salute, Carlo Giovanardi, conferma indirettamente la diffusione del doping attraverso sostanze: lo scorso anno sono aumentati del 6% i decessi dovuti all’abuso di droga, negli ultimi 5 anni il consumo di sostanze stupefacenti è continuamente cresciuto; sono in aumento i soggetti segnalati per  droga e le denunce per reati connessi; diminuiscono i prezzi di cocaina ed eroina per attirare nuovi consumatori, mentre aumenta il prezzo della cannabis, la droga di gran lunga più usata e pista di lancio verso le altre, tuttora in continua espansione; sale infine l’impegno economico che il nostro Paese deve affrontare per i soggetti in cura presso i diversi servizi, Sert e comunità.<br />
Si conferma, insomma, la visione di una vita sostenuta dall’utilizzo continuo di sostanze, usate vuoi come “sostegno” per la prova, che come accompagnamento e amplificazione delle esperienze ricreative e di piacere.<br />
«Molti di noi utilizzano queste sostanze non solo per le prove d’esame, ma anche per divertirsi il fine settimana», ha dichiarato alla stampa un altro studente. Come ha raccontato il rocker Kurt Cobain parlando della sua vita: «da ragazzo mi davano il Ritalin perché ero un bambino iperattivo, poi ho continuato a prendere le amfetamine che c’erano dentro, a cui ero abituato, e infine sono passato all’eroina».<br />
I “grandi”, gli adulti, non sono diversi da questi “toxic children”, da quest’infanzia intossicata. Il ministro Giovanardi ha confermato che anche in Parlamento si consumano droghe, pur negando che ne faccia uso la maggior parte dei deputati. La scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti, commentando i dati sull’uso di droga dai giovani in Alto Adige, ha ricordato (sottolineando il fondamentale ruolo dell’esempio), che non solo popolarissimi divi dello spettacolo, ma moltissimi sportivi si sono rivelati consumatori di sostanze alteranti il normale funzionamento psicofisico. Come stupirsi se i ragazzi imitano questo eroi che il  nostro tempo copre di successo e denaro?<br />
A sostenere lo sviluppo nell’uso delle varie droghe, assunte per gli usi più diversi, per superare un esame o per divertirsi, è però un vissuto, che i giovani condividono con gli adulti tossici come loro, deputati o campioni che siano. Si tratta dell’insicurezza. La sensazione che, se non ci “si fa”, non ce la si può fare. Una fortissima debolezza, che invece di essere umilmente registrata, e combattuta con la preparazione e l’allenamento alle prove, viene “rimossa” con l’euforia artificiale della droga. Come dimostra il suo uso alla maturità.</p>
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		<title>Gli eurocrati odiano i popoli e le nazioni</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 14:52:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Identità</category>
	<category>Il buon Selvatico (da Tempi)</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Tempi”, 26 giugno 2008, www.tempi.it
	Sorprendente, nella bocciatura irlandese dell’Europa, è stata la reazione dei politici e dirigenti europei. Si è andati dal «chi non è contento se ne vada» al «che vergogna sputare nel piatto in cui si mangia». Il massimo di autocritica è venuto dai pochi che hanno pensato a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Tempi”, 26 giugno 2008, <a href="http://www.tempi.it" target="_blanck">www.tempi.it</a></strong></p>
	<p>Sorprendente, nella bocciatura irlandese dell’Europa, è stata la reazione dei politici e dirigenti europei. Si è andati dal «chi non è contento se ne vada» al «che vergogna sputare nel piatto in cui si mangia». Il massimo di autocritica è venuto dai pochi che hanno pensato a un errore di comunicazione. Eppure più volte gli europei hanno bocciato le “carte” dei politici: l’Irlanda nel 2001 il Trattato di Nizza, nel 2005 Francia e Olanda la nuova costituzione, e adesso l’Irlanda quella di Lisbona, l’ultimo “trattato” costituzionale Ue.<br />
Bisogna essere davvero molto testardi e arroganti nei confronti del “popolo bue” per non accorgersi che forse c’è qualcosa che non va nel modo di concepire l’Europa da parte del personale politico europeo. Hanno anche una strana idea di democrazia, questi politici e tecnocrati che quando il popolo dice loro che stanno sbagliando pensano che è il popolo ad essere scemo.<a id="more-438"></a><br />
Infatti molti di loro si sono formati all’interno di partiti marxisti, che hanno appoggiato fino in fondo il lungo e sanguinoso totalitarismo sovietico, e molti altri vengono dalla burocrazia delle organizzazioni internazionali: i popoli non li conoscono, e non li interessano. Sono persone (li conosco bene perché anche la mia prima formazione si è svolta lì) cresciute nei circoli cosmopoliti delle burocrazie internazionali, nei quartieri e luoghi più asettici e distanti dalla cultura locale di città come Bruxelles, Ginevra, Strasburgo, New York, dove hanno perso in fretta ogni rapporto con le comunità e le famiglie d’origine. Nella loro vita s/radicata, lontana da ogni tradizione vivente, finiscono per odiarle tutte, le tradizioni: quelle famigliari, quelle del territorio, quelle alimentari, linguistiche, di costume, sessuali.<br />
Le organizzazioni internazionali sono una cosa nuova che non ha ancora cent’anni, la prima fu la Società delle nazioni, nel 1919. Non hanno mai funzionato tanto bene, e i popoli non le hanno mai amate, proprio per questo essere “fuori” dalle tradizioni, che le porta però a essere fuori anche dalla realtà del vivente, e certamente da quella dei popoli fatti di carne e sangue, e non disegnati dagli stilisti che hanno ideato le divise dei “caschi blu” dell’Onu.<br />
Finché la Ue continuerà a pensarsi come un’organizzazione sovranazionale avrà tutte le debolezze e le futilità dell’Onu, senza averne l’unico punto di forza: la tendenziale universalità.<br />
L’Europa non può che essere una comunità di nazioni. Per diventarlo deve però riscoprire il senso e la funzione della Nazione, comunità molto più antica e forte, nella psiche collettiva, dello Stato moderno: il secondo legato alla conquista e gestione del potere, la prima legata all’identità e rappresentazione dei popoli.<br />
Idee vecchie, conservatrici, un po’ fasciste? Ma no. Eurocrati e politici ex comunisti si leggano i libri del senatore democratico di New York, Patrick Moynihan (lo stesso citato da Obama nel suo inno al ritorno del padre). Insomma studino, invece di rifriggere la paccottiglia ideologica anni Settanta. Poi se ne riparla.</p>
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		<title>Prostituzione e legalità</title>
		<link>http://claudiorise.blogsome.com/2008/06/24/prostituzione-e-legalita/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 19:07:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Pensieri e passioni (da Il Mattino di Napoli)</category>
	<category>Psiche e società</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da &#8220;Il Mattino di Napoli&#8221; del lunedì, 23 giugno 2008, www.ilmattino.it
	La prostituta fa discutere. È accaduto spesso nella storia umana. L&#8217;occasione, oggi, è il dibattito sulla sicurezza, in corso con toni anche molto accesi nei paesi europei. Diversi studi hanno accertato che nella zone dove si esercita la prostituzione si commettono più reati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da &#8220;Il Mattino di Napoli&#8221; del lunedì, 23 giugno 2008, <a href="http://www.ilmattino.it" target="_blanck">www.ilmattino.it</a></strong></p>
	<p>La prostituta fa discutere. È accaduto spesso nella storia umana. L&#8217;occasione, oggi, è il dibattito sulla sicurezza, in corso con toni anche molto accesi nei paesi europei. Diversi studi hanno accertato che nella zone dove si esercita la prostituzione si commettono più reati, il traffico e uso di droga è più frequente, e si intensificano altri comportamenti devianti: pornografia, gioco d&#8217;azzardo, sfruttamento minorile. Che fare allora, ci si chiede nuovamente, di chi si prostituisce?<br />
Si tratta di un dibattito difficile, perché mette in moto fin dall&#8217;inizio aspetti profondi dell&#8217;inconscio personale e collettivo. Anche se i politici ne discutono con toni apparentemente razionali, il dibattito si carica subito di pre/giudizi di valore, di paure e di desideri difficili da riconoscere.<a id="more-437"></a><br />
La persona che esercita la prostituzione, infatti, quella che vende il proprio corpo, è una figura limite delle fantasie, ma anche dei costumi delle donne e degli uomini fin da tempi antichissimi. È trasgressiva in quanto vìola con la sua attività una serie di norme funzionali al mantenimento di una società ordinata. La prima di questa norme è quella che cerca di contenere la sessualità all&#8217;interno di una struttura sociale, affettiva e patrimoniale, dotata di una certa stabilità: quella nella nostra società rappresentata dalla famiglia. Chi si prostituisce viene percepito come minaccia e sfida permanente alla famiglia. Inoltre, la vendita della propria attività sessuale, anziché di quella manuale, o intellettuale (com&#8217;è regola nel mondo del lavoro), tende a equiparare senza infingimenti le competenze (e le disponibilità) sessuali a quelle degli altri ambiti; ma ciò è fonte di grande inquietudine sociale, come tutto ciò che avvicina la sfera del piacere a quella del guadagno economico (limitato preferibilmente alle categorie dell&#8217;utilità, o della sopravvivenza).<br />
Vivere facendo divertire gli altri è da sempre considerato inquietante: il disprezzo che toccava al buffone non ha certo risparmiato l&#8217;assai più intima (e quindi pericolosa) prostituta. Questi, ed altri, timori, hanno circondato di sospetti la vendita dell&#8217;attività sessuale.<br />
In epoche come la nostra, di correnti migratorie più o meno spontanee, alle altre considerazioni si è aggiunto il timore del commercio di schiavi sessuali. Timore fondato e grave, ma numericamente secondario rispetto ai fatti sui quali la prostituzione da sempre si basa: la disponibilità (che in molti casi è un desiderio) di alcune persone a prostituirsi, e l&#8217;interesse (che spesso copre un vero desiderio) di altre persone a frequentarle.<br />
Nessuna società, compreso quelle a base religiosa, è mai riuscita a estirpare la prostituzione: chi si è avvicinato di più a questo scopo sono stati i totalitarismi del Novecento, colpevoli di ben più terribili delitti contro l&#8217;umanità.<br />
Il radicamento nel tempo di quest&#8217;attività è fondato sull&#8217;incontro tra due bisogni umani, che spesso corrispondono a dei desideri: quelli appunto di darsi, e di incontrare sessualmente un&#8217;altra persona, al di fuori di organizzazioni affettive o istituzionali, in cambio di denaro. Appare difficile che la società postmoderna, con le sue dichiarazioni di apertura verso la sessualità, possa cancellare un campo di attività ed esperienze che appartiene da sempre all&#8217;umano, sia pur sul versante del limen, del confine tra lecito, e proibito.<br />
Un patto di legalità, che impegni chi si prostituisce ad assumersene la responsabilità, rispettando le leggi vigenti, ed evitando i criminali e le loro organizzazioni, è il massimo che si può ottenere.
</p>
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		<title>La ricchezza come responsabilità</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 05:45:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Scuola, Educazione</category>
	<category>Consumo</category>
	<category>Il buon Selvatico (da Tempi)</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Tempi”, 19 giugno 2008, www.tempi.it
	I pazienti operati per far soldi (comunque vada a finire l’inchiesta: ce n’è abbastanza, e purtroppo non solo nella clinica Santa Rita di Milano) o il rumeno bruciato dalla coppia in affari per incassare l’assicurazione fanno parte, prima e più del discorso sugli esami di riparazione, dell’emergenza educativa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Tempi”, 19 giugno 2008, <a href="http://www.tempi.it" target="_blanck">www.tempi.it</a></strong></p>
	<p>I pazienti operati per far soldi (comunque vada a finire l’inchiesta: ce n’è abbastanza, e purtroppo non solo nella clinica Santa Rita di Milano) o il rumeno bruciato dalla coppia in affari per incassare l’assicurazione fanno parte, prima e più del discorso sugli esami di riparazione, dell’emergenza educativa. Innanzitutto perché sono la prova della sua esistenza.<br />
Persone che uccidono, o trattano la salute altrui dando la priorità al proprio interesse senza curarsi del danno per l’altro, sono il risultato di un completo fallimento educativo. L’altro non c’è, se non come strumento di affermazione personale. Il sentimento, il cuore, è stato distaccato dalle esperienze più elementari: la pietà, il rispetto umano, la percezione del dolore altrui. L’emozione, come in altri tragici casi che hanno recentemente riguardato protagonisti della cura, è suscitata dal comprarsi una grossa automobile più che dall’aiutare un altro essere umano a uscire dai guai.<a id="more-436"></a><br />
Parlare di assenza di etica, in casi come questi, è già velleitario: qui siamo al di sotto di quel livello di umanità minima che consente un’autentica relazione con l’altro, e quindi la costituzione di ogni esperienza sociale che non sia l’associazione per arricchimento, non importa se a danni degli altri e della società.<br />
L’esperienza dell’educare nelle sue due accezioni, sia dell’essere tratti fuori, all’umanità appunto (o del trar fuori l’umano che è in te, il tuo Sé), sia del nutrire il tuo Io, essenzialmente attraverso la scoperta dell’Altro, della sua bellezza e sacralità, qui sono completamente mancate. Non è mancata, al contrario, la celebrazione del denaro e del consumo, la sua considerazione come metro massimo, anzi unico, del proprio valore. L’altro e lo sguardo che l’altro ti rivolge scompaiono dietro al conto di quanto ti potrebbe rendere.<br />
Non si tratta di casi estremi. Certo, non tutti i nostri fratelli disumanizzati, che vorrebbero essere macchine per far soldi e comprare cose, Suv, vestiti, vacanze, uccidono persone per ampliare il loro conto in banca. Il rapporto umano trasformato in fatto commerciale è però corrente. Così come la contrazione del Sé, schiacciato da un Ego ipertrofizzato dai suoi oggetti di consumo e di status.<br />
Il pauperismo della sinistra, l’“anche i ricchi piangano” dell’ala radicale del governo Prodi, era nutrito dalla stessa squilibrata ipervalutazione della ricchezza, da loro considerata addirittura demoniaca, e quindi priva di qualsiasi valore pratico ed educativo. La destra tuttavia non ha finora elaborato un autentico progetto educativo (Letizia Moratti ci ha provato, ma è stata annegata dalle proteste corporative) e quindi una vera educazione alla ricchezza. Si tratta invece di un passaggio indispensabile in un paese che sessant’anni fa era ancora in gran parte povero, ed ora è, complessivamente, piuttosto ricco.<br />
La ricchezza non è solo una conquista: è anche, prima di tutto, una responsabilità. Questo, ai tantissimi italiani che per fortuna sono diventati ricchi negli ultimi cinquant’anni, non è stato insegnato. Da qui anche, e per certi versi soprattutto, l’emergenza educativa. Perché se non ti senti responsabile verso chi ha meno di te, verso chi è più debole, puoi diventare un mostro in qualsiasi momento.<br />
Non c’è più un minuto da perdere. La ricchezza, e il potere, come responsabilità: bisogna insegnarlo subito.</p>
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		<title>L’orizzonte personale e l’Europa</title>
		<link>http://claudiorise.blogsome.com/2008/06/16/p435/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jun 2008 18:17:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Pensieri e passioni (da Il Mattino di Napoli)</category>
	<category>Psiche e società</category>
	<category>Identità</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 16 giugno 2008, www.ilmattino.it
	Perché molti europei non amano l’Europa? Come mai i referendum popolari bocciano spesso i trattati su cui poggia, malgrado i governi dei Paesi e i dirigenti europei tifino per la loro approvazione? È già successo in Irlanda nel 2001 con la bocciatura del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 16 giugno 2008, <a href="http://www.ilmattino.it" target="_blanck">www.ilmattino.it</a></strong></p>
	<p>Perché molti europei non amano l’Europa? Come mai i referendum popolari bocciano spesso i trattati su cui poggia, malgrado i governi dei Paesi e i dirigenti europei tifino per la loro approvazione? È già successo in Irlanda nel 2001 con la bocciatura del Trattato di Nizza, poi nel 2005 Francia e poi l’Olanda affossarono la nuova Costituzione europea, e adesso l’Irlanda ha bocciato l’ultima «carta», quella di Lisbona. Che cosa alimenta la psicologia contraria ai trattati europei?<br />
Un piccolo episodio. Mi accorgo che nello studio del dentista è sparita la parete mobile che divideva la sala d’attesa da quella dove si segnano gli appuntamenti. Siccome leggere il giornale in pace in attesa di farti trapanare è una piccola consolazione, chiedo come mai. Il dentista mi spiega che per un nuovo regolamento europeo quella saletta d’attesa, hanno spiegato i vigili, non era più agibile, per aria insufficiente e rischi di soffocamento per i clienti in attesa. Naturalmente i vigili furono i primi a ridere del regolamento, e poi, più amaramente, anche il dentista, e i clienti. Però si dovette rinunciare alla sala d’attesa con relativa privacy.<a id="more-435"></a><br />
Molti lettori hanno sperimentato piccoli episodi analoghi in mille altre occasioni: urbane, di campagna, residenziali, industriali, e così via. Gli interventi «regolamentari» della Ue nella vita dei cittadini sono infiniti e, di trattato in trattato, tendono ad aumentare sempre di più. Le giustificazioni sono lodevolissime, razionali: lo sviluppo, l’igiene, la sicurezza, e così via. Non tutti, però, sono convinti. Per esempio la Svizzera, che, infatti, nella Ue non è ancora entrata. Economisti e politici profetizzarono subito la sua rovina per questo assurdo rifiuto: in realtà la Confederazione non sta affatto peggio del resto d’Europa, continua ad essere più ordinata e sicura, e le sue multinazionali sono cresciute ad un tasso superiore di quello medio dell’Europa. E i suoi castelli, come quello dello psicologo Carl Gustav Jung, hanno continuato a tenersi i gabinetti alla turca in giardino, mentre i regolamenti europei li hanno vietati. Suscitando così, ad esempio la protesta del partito autonomista altoatesino che delle «turche» sopraelevate nei «masi» alpini ha fatto un manifesto di libertà.<br />
Ridicole battaglie di retroguardia? Forse. L’identità delle persone, e dei popoli, è però fatta da cose che ad altri appaiono ridicole, ma che per quelle persone, o per quel gruppo, sono invece cariche di significati e di affetti cui non intendono, ma spesso non possono, rinunciare senza perdere parti consistenti della propria autostima e del proprio gusto per la vita.<br />
Il fatto è che la Ue non ha finora dimostrato alcuna attenzione per quel campo fondamentale della vita umana che è quello della propria particolarità individuale e di gruppo. Il filosofo Husserl, fondatore della fenomenologia, lo chiamava «Eingenheitshorizont», l’orizzonte cui appartengono gli oggetti, le immagini e le emozioni familiari. Un campo che l’osservazione psicologica ha poi riconosciuto fondamentale per la formazione della propria identità e l’espressione del proprio sé.<br />
La Ue non è l’unica organizzazione internazionale che non riesce ad entrare in sintonia con questo campo emotivo ed esperienziale. Accade lo stesso all’Onu, le cui direttive vengono spesso vissute come lontane ed incomprensibili dalle popolazioni cui si rivolgono. La causa però non è sempre l’arretratezza dei destinatari, ma anche l’indifferenza di regolamenti e costituzioni verso la concretezza della vita umana: i suoi affetti, le sue sicurezze ed i suoi valori.</p>
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		<title>Il disagio delle ragazze, e la perdita del sapere femminile</title>
		<link>http://claudiorise.blogsome.com/2008/06/14/il-disagio-delle-ragazze-e-la-perdita-del-sapere-femminile/</link>
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		<pubDate>Sat, 14 Jun 2008 06:13:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Padre</category>
	<category>Scuola, Educazione</category>
	<category>Giovani</category>
	<category>Identità</category>
	<category>Il buon Selvatico (da Tempi)</category>
	<category>Cannabis</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Tempi”, 12 giugno 2008, www.tempi.it
	Nel malessere giovanile colpisce il crescente disagio delle ragazze. I ragazzi sono più abituati al male, alla sofferenza. Ferdinando Camon (e anch’io) lo ritiene un tratto tipico del maschile, e ricorda che non a caso in francese male (mal), e maschio (mâle), si pronunciano allo stesso modo.
I “teddy [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Tempi”, 12 giugno 2008, <a href="http://www.tempi.it" target="_blanck">www.tempi.it</a></strong></p>
	<p>Nel malessere giovanile colpisce il crescente disagio delle ragazze. I ragazzi sono più abituati al male, alla sofferenza. Ferdinando Camon (e anch’io) lo ritiene un tratto tipico del maschile, e ricorda che non a caso in francese male (mal), e maschio (mâle), si pronunciano allo stesso modo.<br />
I “teddy boys” fanno parte dell’iconografia dei guai dei giovani maschi: ci sono sempre stati, e gli angeli hanno sempre dovuto darsi molto daffare per salvare i ragazzi da quel tipo di situazioni. Il “branco” al femminile è più nuovo, e fa più impressione. Così come il tasso di incremento nel consumo di ogni droga da parte delle donne, oggi più alto che fra gli uomini; e come il fatto che, proporzionalmente, siano più le ragazze che bevono fino a star male rispetto ai maschi, che smettono prima.<a id="more-434"></a><br />
Le tre ragazzine che, qualche giorno fa a Quarto Oggiaro (Milano), hanno picchiato a sangue una quarta che voleva uscire dal gruppo e cambiare vita, e si sono fermate solo quando tre maschi le hanno bloccate e (con grande fatica) sono riusciti a dividerle, stanno molto male e vanno incontro a probabili grossi guai. Come loro ce ne sono però migliaia, in tutta Italia, di cui i giornali neppure parlano. Protagoniste di violenze multiple, in genere ai danni di altre ragazze o donne (che non denunciano per paura e sorpresa), coperte dall’omertà, dall’indifferenza, e dallo sfascio dei tessuti di relazione dei quartieri e dei gruppi.<br />
Il femminile paga caro, probabilmente molto di più del maschile, la poca naturalità, e quindi umanità, del malessere della società postmoderna. Le ragazze la pagano cara proprio perché il sapere femminile è il grande depositario, più di quello maschile (che è più “culturale”, per sua vocazione e disposizione), del sapere “naturale”. Quindi del grande valore del corpo, proprio e altrui, sede della vita (che l’uomo mette a rischio con più facilità), e della relazione, del legame affettivo. Il valore del sentimento.<br />
Questa rete affettiva, di protezione e conservazione della vita e dei suoi legami, è la sede del genio femminile, e la condizione del benessere delle donne (e di tutti). Ecco perché le ragazze che mettono a rischio il proprio corpo e quello delle altre, perse in una spirale di violenza sadomasochista, e quelle che rompono, con violenze, ricatti, intimidazioni, la rete affettiva che regge dal profondo ogni legame e costruzione sociale rappresentano l’apice della crisi del femminile e della stessa vita, che al femminile è strettamente legata.<br />
Nessuno sembra rendersene conto, gli episodi sono relegati alla cronaca minuta, al massimo ottengono qualche considerazione di costume. Mentre invece queste storie ci raccontano il lacerarsi, assieme al sapere femminile, della stessa trama della vita individuale e collettiva.<br />
Anche l’uomo, che si ritrova in questo frullatore quando la figlia gli ride in faccia se lui chiede dove sia stata o quando la moglie lo abbandona, non riesce a vedere il fenomeno complessivo, portando un suo contributo educativo e ideativo, ma riduce tutto al suo caso personale, che lo fa sentire eroe (anche se del nulla).<br />
Abbiamo tutti bisogno di un cuore di carne, al posto di quello di pietra che ci ritroviamo.</p>
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		<title>Ma perché il consumo di droghe aumenta solo in Italia?</title>
		<link>http://claudiorise.blogsome.com/2008/06/10/ma-perche-il-consumo-di-droghe-aumenta-solo-in-italia/</link>
		<comments>http://claudiorise.blogsome.com/2008/06/10/ma-perche-il-consumo-di-droghe-aumenta-solo-in-italia/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2008 18:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Scuola, Educazione</category>
	<category>Giovani</category>
	<category>Cannabis</category>
		<guid>http://claudiorise.blogsome.com/2008/06/10/ma-perche-il-consumo-di-droghe-aumenta-solo-in-italia/</guid>
		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da &#8220;Il Sussidiario&#8221;, 9 giugno 2008, www.ilsussidiario.net
	Finiscono le scuole, cominciano lunghi mesi di vacanza. Come aiutare i giovani, i figli i nipoti, tutti, a metterli a frutto? Ogni giorno, in particolare nell’adolescenza (ma anche dopo), è una miniera di possibilità, di scoperte, di esperienze, di gioia e di possibilità di impegno.
Vorrei qui però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong></strong><strong>Claudio Risé, da &#8220;Il Sussidiario&#8221;, 9 giugno 2008, <a href="http://www.ilsussidiario.net" target="_blanck">www.ilsussidiario.net</a></strong></p>
	<p>Finiscono le scuole, cominciano lunghi mesi di vacanza. Come aiutare i giovani, i figli i nipoti, tutti, a metterli a frutto? Ogni giorno, in particolare nell’adolescenza (ma anche dopo), è una miniera di possibilità, di scoperte, di esperienze, di gioia e di possibilità di impegno.<br />
Vorrei qui però segnalare un problema elementare, dal quale tutti gli altri sviluppi sono condizionati. Si tratta dell’integrità fisica e psichica, in particolare rispetto alle droghe. Si tratta di un assedio senza quartiere, al quale i ragazzi, durante la loro vita scolastica vengono sottoposti in continuazione.</p>
	<p><a href="http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=2665" target="_balnck"><strong><em>Leggi tutto l&#8217;articolo su ilsussidiario.net</em></strong></a></p>
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		<title>Il Sessantotto e il fantasma dell’autorità</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jun 2008 05:11:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Pensieri e passioni (da Il Mattino di Napoli)</category>
	<category>Scuola, Educazione</category>
	<category>Psiche e società</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 9 giugno 2008, www.ilmattino.it
	È poi vero che il movimento del ’68 distrusse il principio di autorità? Lo sostengono dai suoi nemici conservatori ai suoi ex amici, come il cantante De Gregori. Il rischio di questa diagnosi-slogan è duplice. Da una parte, infatti, attribuisce al «principio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 9 giugno 2008, <a href="http://www.ilmattino.it" target="_blanck">www.ilmattino.it</a></strong></p>
	<p>È poi vero che il movimento del ’68 distrusse il principio di autorità? Lo sostengono dai suoi nemici conservatori ai suoi ex amici, come il cantante De Gregori. Il rischio di questa diagnosi-slogan è duplice. Da una parte, infatti, attribuisce al «principio di autorità» una sacralità che esso non ha, ed è anche bene che non abbia. Dall’altra assegna al ’68 un potere che non ebbe. A differenza dei politici che lo accolsero, e lo tennero in vita per vent’anni. La durata del fascismo.<br />
Il principio d’autorità non ha un valore assoluto, ma funzionale. Serve a trasmettere il senso del limite di ciò che si può fare: funzione importantissima sia nell’esperienza educativa (dove consente la crescita e lo sviluppo dell’individuo), che nel tutelare la vita sociale, evitando deliri di onnipotenza di individui, o di gruppi.<a id="more-432"></a><br />
Tuttavia l’autorità non è buona in sé (come dimostrarono i totalitarismi autoritari, annegando il mondo nel sangue), ma nella misura in cui fa valere nei confronti di tutti (anche verso se stessa) la necessità del limite. Per questo lo slogan: ’68 antiautoritario cattivo contro autorità buona, è sbagliato. Innanzitutto perché il ’68, in Italia, ma anche negli altri paesi, non fu, nella sua gran parte, per nulla antiautoritario. Tranne poche eccezioni rapidamente emarginate (gli anarchici, i situazionisti, i primi «verdi» di Alexander Langer, e pochi altri), i gruppi e «gruppuscoli» politici in cui si organizzò quel movimento furono profondamente autoritari.<br />
I desideri dei leader erano legge, i gregari cercavano di realizzarli ancora prima che fossero proclamati, per acquisire benemerenze. E chi si metteva di traverso, i nemici «ufficiali» (i giovani «fascisti») o anche semplicemente i borghesi agnostici, veniva duramente punito.<br />
Il richiamarsi della grande maggioranza dei suoi aderenti al marxismo-leninismo (Lenin/Stalin/Mao Tze Tung, era lo slogan più gridato nei cortei), teoria e pratica politica totalitaria, indicava nell’autoritarismo il metodo politico dei movimenti che parteciparono a quell’esperienza.<br />
La fase antiautoritaria era stata quella della nascita del ’68, la sua primavera, con il maggio francese e le rivolte studentesche nei paesi socialisti: un movimento culturale, un po’ anarchico, anti-istituzionale, che venne presto rinnegato, in modo neppure troppo diverso, da tutti i gruppi che vi presero parte.<br />
L’autorità vera poi, i presidi, i rettori, i magistrati che dovevano assicurare la legge e l’ordine, che cosa fece? Quali provvedimenti furono presi contro gli studenti che sequestravano i professori costringendoli a farsi esaminare da cani che abbaiavano dalla cattedra, o sbarravano le porte dei rettorati e degli uffici, per impedire l’attività didattica? Praticamente nulla. L’«autorità» fece finta di niente. Il risultato fu che i famigerati «sessantottini» non impararono mai il senso del limite (e quindi per certi versi non divennero mai adulti), né lo insegnarono agli sfortunati giovani che passarono dalle loro aule, quando furono loro a sedersi sugli scranni dei professori, dei magistrati, o di altre figure di potere. Non potevano trasmettere ciò che nessuno, per cinismo, opportunismo, o indifferenza, aveva insegnato a loro.<br />
Fu il dramma di due generazioni. Quella dei sessantottini, perdenti che non scalzarono neppure i vecchi potenti di prima, rimasti in sella per altri 40 anni, e spodestati solo un mese fa da un personale politico del tutto estraneo al ’68. E quella dei loro figli, le cui carenze formative arrestarono la crescita del paese.<br />
Il ’68 non uccise l’autorità: arrivò perché non c’era già più.</p>
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		<title>Il Sessantotto senza una visione etica</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jun 2008 16:20:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Padre</category>
	<category>Scuola, Educazione</category>
	<category>Psiche e società</category>
	<category>Identità</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Il Giornale”, 6 giugno 2008, www.ilgiornale.it
	Quarant’anni: il tempo necessario per constatare il fallimento di una classe dirigente. La stagione (più o meno una generazione), che permette di dire che una semina è andata male, o non è stata fatta per niente.
De Gregori è una persona onesta, e abbastanza forte da dire, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Il Giornale”, 6 giugno 2008, <a href="http://www.ilgiornale.it" target="_blanck">www.ilgiornale.it</a></strong></p>
	<p>Quarant’anni: il tempo necessario per constatare il fallimento di una classe dirigente. La stagione (più o meno una generazione), che permette di dire che una semina è andata male, o non è stata fatta per niente.<br />
De Gregori è una persona onesta, e abbastanza forte da dire, e dirsi, la verità: il ’68 non ha seminato, non ha preparato, formato, fatto crescere. E chi ci ha provato, tra quelli che erano giovani allora, ha fatto fatica, perché tutta la società gli remava contro. Contro l’autorità, certo. Ma contro l’autorità perché il ’68, e la cultura che ne è seguita, non sapeva accettare il limite. L’autorità non è buona o meritevole in sé. Può essere anche stupida, ottusa, ed è importante che chi vi è sottoposto possa riconoscerlo dentro di sé, prima di diventare altrettanto ottuso.<br />
L’autorità, però, è indispensabile per dare il senso del limite. Non si può fare tutto, le competenze si formano attraverso il sacrificio, la capacità di imporsi limiti, che sono l’interfaccia repressiva degli obiettivi. Per raggiungere degli obiettivi, bisogna essere capaci di porsi dei limiti, e di fare qualcosa che invece dopo il ’68 è diventato tabù: sacrifici.<a id="more-431"></a><br />
Questo fatto elementare, banale, che qualsiasi tribù conosce bene, il rapporto tra limite, sacrificio, e il perseguimento di obiettivi, la cultura del ’68 l’ha completamente negato. Come mai? Perché fu un movimento culturale di giovani, di studenti, che come tutti i giovani sperano per un momento (o magari lo dicono soltanto), di poter fare a meno del limite. Niente di strano: il guaio è stato che questo giovanile e fantasioso casino, ben rappresentato dallo slogan del maggio francese, l’imagination au pouvoir, è stato poi scambiato per un programma politico, per una visione del mondo, di cui non possedeva l’attrezzatura intellettuale, etica, e neppure pratica.<br />
Questo scambio, questo equivoco, di simpatici giovanotti che avanzano chiedendo il potere e di vecchi gestori del potere che si offrono subito di spartirlo con loro ci mostra subito che in Italia, a differenza che in Francia, o in Inghilterra, dove pure quell’anno fatale passò, il principio d’autorità era stato liquidato già prima. O forse era un’autorità badogliesca, già predisposta ad aprire le porte all’invasore, chiunque egli fosse. A patteggiare pur di non confliggere. Perché il conflitto ti obbliga a dire perché lo fai.<br />
L’autorità si mantiene (come l’ha mantenuta Sarkozy quando era ancora solo ministro dell’Interno, e ha tenuto a bada la racaille delle banlieue), quando sai in nome di cosa, di quali obiettivi vuoi mantenerla ed esercitarla. Questo i politici che erano al potere nel ’68, e nei dieci anni successivi non lo dissero mai. Volevano stare al potere, e basta. Ed eventualmente spartirlo coi più glamourous dei giovani assedianti.<br />
Non fu quindi il ’68 a distruggere il principio d’autorità, era chi era al potere allora, i politici, ma anche i padri, e molti emblematici capi d’azienda oggi monumentalizzati, a non applicarlo, perché l’autorità è magari stupida, ma ha sempre in testa un’etica, un codice di comportamento, e questi non l’avevano.<br />
Certo poi i sessantottini saliti in cattedra, o sugli scranni dei vari poteri, non insegnarono e trasmisero un’autorità che non avevano in fondo mai né visto né conosciuto. Per questo non formarono una classe dirigente, non offrirono al paese una vera visione, non misero a fuoco alcun obiettivo serio, che non fossero chiacchiere divagatorie, ininfluenti sulla storia e lo sviluppo umano.</p>
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		<title>“I ragazzi non devono pregare”</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 18:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
	<category>Padre</category>
	<category>Scuola, Educazione</category>
	<category>Il buon Selvatico (da Tempi)</category>
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		<description><![CDATA[	Claudio Risé, da “Tempi”, 5 giugno 2008, www.tempi.it
	Una giornata di metà maggio, a Teolo, nei Colli Euganei. In piazza Mercato, si sta per concludere la Festa dello Sport, cui ha partecipato tutto il paese, in testa i giovani delle scuole. Prima di dare la benedizione al paese e ai suoi giovani atleti, il parroco, don [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Claudio Risé, da “Tempi”, 5 giugno 2008, <a href="http://www.tempi.it" target="_blanck">www.tempi.it</a></strong></p>
	<p>Una giornata di metà maggio, a Teolo, nei Colli Euganei. In piazza Mercato, si sta per concludere la Festa dello Sport, cui ha partecipato tutto il paese, in testa i giovani delle scuole. Prima di dare la benedizione al paese e ai suoi giovani atleti, il parroco, don Claudio Savoldo, inizia a dire: «Padre nostro…». La preside dell’Istituto comprensivo di Teolo insorge: «I ragazzi non devono pregare, non mettetemi in difficoltà». Il silenzio gela l’atmosfera di festa, si alzano sguardi perplessi, arrabbiati. La preside forse si rende conto di non poter zittire la preghiera corale di un intero paese e, seccata, aggiunge: «Se volete fatelo voi». I ragazzi, e tutto il paese, continuano, e la preghiera si compie.<br />
In questo episodio, che ha trasformato la consegna di due motopompe e un pulmino (conclusione della festa) in un caso politico, con interrogazioni in Consiglio comunale e costernazione dei cittadini, ci sono molti dei guai dell’Italia di oggi. Innanzitutto la crisi della scuola italiana, perfettamente riassunta nel grido della preside: «I ragazzi non devono pregare».<a id="more-430"></a><br />
Il grido dimostra come la crisi educativa affondi le sue radici in un autoritarismo senza limiti, perché pretende di decidere delle manifestazioni più personali e profonde dei ragazzi, come appunto la preghiera al Padre, in uno spazio per giunta esterno alla scuola, la piazza del paese. Questo autoritarismo teme che i giovani trovino un rapporto personale, e insieme corale, con il resto della popolazione, con Dio, e che di quel rapporto si nutrano e in esso crescano. Un preside geloso di Dio è una figura antieducativa, perché non rispetta la libertà di ricerca (che è anche – innanzitutto – ricerca di Dio) e perché simula un’onnipotenza che naturalmente non possiede. Crea danni tanto più forti quanto più rompe i rapporti sociali, per esempio tra gli studenti e gli altri membri della comunità: gli adulti, i lavoratori, che naturalmente pregano. Come hanno sempre fatto e sempre faranno, malgrado interi regimi si siano dedicati per decenni a rompere quel legame, quella fede, quella ricerca, quel colloquio. Non solo i regimi totalitari.<br />
Ricordo, anni fa, un incontro antiabortista sul sagrato di Notre-Dame, a Parigi. Ci saranno state un centinaio di persone, e il doppio di agenti schierati davanti a loro con bardature antisommossa, pronti ad attaccarli se avessero criticato la legge di Stato che consente l’aborto. Il leader riconosciuto del gruppo, un medico molto anziano e dolcissimo, molto amato, si inginocchiò e incominciò a dire il Padre nostro: tutti si inginocchiarono e pregarono con lui. La polizia vide che non ci sarebbe stata alcuna contestazione, bensì una preghiera collettiva. Rimase un attimo interdetta, poi caricò ugualmente, con grande durezza. L’anziano medico fu ferito pesantemente, medicato e portato in prigione per diverse settimane.<br />
Si tratta della stessa immaginaria “legalità repubblicana” che fa gridare alla preside: i ragazzi non devono pregare. Nessuno, secondo queste autorità deboli e quindi intolleranti, deve pregare. Non per rispetto ai musulmani o agli ebrei, che pregano anch’essi il Padre, cercandone l’alleanza. Ma perché pensano che un forte rapporto col Padre limiterebbe il loro potere. In questo, hanno ragione.</p>
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