La storia di Sergio Nardelli, uno dei tanti papà disperati
Claudio Risé, da “Tempi”, 15 maggio 2008, www.tempi.it
Una lettera come troppe altre, con conclusione diversa. «Quando scopri che il coniuge ti tradisce: dolore, umiliazione, paura per la famiglia. Le chiedi: “Ma cosa stai facendo?”, e senti rispondere: “Chi, io? Niente, perché?”. Nega tutto. Metti il telefono sotto controllo: è tutto vero, e anche peggio. Discussioni, litigi, ho subìto quattro aggressioni con il coltello, lei ha persino minacciato di gettare dal sesto piano la mia bambina. Le ho detto: “Per il bene dei figli, vattene!”. E sono finito in carcere con l’accusa di abusi sessuali su mia figlia di 9 anni e altre di violenza e maltrattamenti. Il quinto giorno in prigione un giudice mi dice: “Lei abusa della sua figlia minore”. Io, guardandolo negli occhi, dico: “Perché sono qui?”, e il giudice: “Perché lei abusa di sua figlia minore”. Scoppio in singhiozzi, non capivo le domande del giudice, non ricordo cosa ho risposto, ma alla fine dell’interrogatorio il giudice ha detto: “Rimandatelo a casa questo qui”. (more…)

Nicola De Martino, l’uomo che ha minacciato di darsi fuoco nel (forse primo) Telegiornale che raccontasse con rilievo una terribile storia (la sua) di padre separato dal figlio, ha mostrato l’attuale debolezza della paternità. Non è certo dopo la vittoria che si inscena una protesta spettacolare (anche se quel padre per anni ha protestato, dovunque poteva). Non davanti a un figlio che costringi a farti da padre ed a chiederti di non farlo più. Non davanti a milioni di spettatori che hanno sete di immagini mediatiche che finalmente restituiscano loro quel padre che essi conoscono, e spesso sono. Un uomo semplice e forte, che accanto a madri generose consente, con la sua fatica e buonsenso quotidiano, che la vita continui. Alzandosi la mattina, lavorando e guadagnando quanto occorre, accudendo quanto può i figli, ed educandoli quanto sa. Una figura non eroica, non spettacolare, spesso deludente rispetto ad aspettative grandiose alimentate dal sistema delle comunicazioni nelle stesse compagne, e nei figli. E tuttavia, proprio per questa sua disponibilità a sacrificare silenziosamente la propria vita, lontano dai riflettori e dai battimani, una figura grande: “il vero avventuriero”, come diceva del padre Charles Peguy, contrapposto a quelli falsi, di celluloide, della modernità. 



