Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 27 luglio 2009, www.ilmattino.it

Come fare quando (come in Italia) oltre il 40 per cento dei giovani tra i tredici e i vent’anni assume sostanze psicoattive, dall’alcol a ogni tipo di droga, senza dimenticare il crocevia obbligato dell’onnipresente spinello? Emanare ordinanze e perseguire chi gliele vende (come fa il Comune di Milano), vietare l’alcol ai neopatentati, sottoporli ai narcotest (come prevedono le nuove norme sulle patenti), moltiplicare i controlli? Oppure dialogare coi ragazzi, ascoltarli? E se loro non parlano?
Se ne discute in questi giorni, mentre le cronache e i dati statistici presentano una gioventù sempre più spesso alterata e fuori controllo, scolasticamente e socialmente in difficoltà. Il dibattito è però falsato dai condizionamenti ideologici. Chi approva i controlli, viene etichettato come «falco», e accusato di non voler dialogare. È anche vero, d’altra parte, che la retorica opposta della «tolleranza zero» considera il dialogo come sinonimo di debolezza, e di perdita di tempo. La verità è come sempre meno unilaterale.
Le principali potenze industriali, dagli Stati Uniti alla Francia all’Inghilterra, hanno affrontato ormai da tempo la tendenza dei ragazzi a rifugiarsi nelle droghe, tipico problema della postmodernità. Lo hanno già fatto non perché fossero in condizioni peggiori delle nostre, ma perché sono più attenti, concreti, e meno ideologici. Si sono così accorti che è indispensabile tutto: informazione, dialogo, controlli e divieti.
Da noi invece l’Istituto superiore di sanità ha prodotto fin dall’inizio del millennio un documento intitolato «La Cannabis non è una droga leggera», e ancora oggi media, politici ed anche ministri continuano a parlare di hashish e marijuana (i derivati della cannabis) come se invece lo fossero. Preferiscono usare la droga come strumento di propaganda politica, piuttosto che come un’emergenza nazionale, che deve essere affrontata unitariamente, da tutti.
L’informazione è la prima necessità. In internet, sul sito della Casa Bianca, è perfettamente descritto come le varie droghe danneggino le diverse aree cerebrali. Da noi invece si giudicano ipotesi acquisizioni scientifiche ormai stabilite da anni: la pericolosità altissima (anche se su zone cerebrali diverse) di ogni droga; la relazione tra depressioni non riconosciute e l’uso di sostanze; la loro induzione di patologie psichiche gravi (forme paranoidi, psicosi, schizofrenie); i danni sempre prodotti sul piano cognitivo: memoria, sfera degli interessi, volontà. E gli altri danni fisici: polmoni, genitali, fegato, cuore.
Assurdo quindi parlare di droghe, senza fornire prima ai nostri figli le informazioni sui rischi che corrono, con la relativa documentazione scientifica. Per farlo, però, gli adulti devono informarsi a loro volta. La maggior parte dei genitori, e degli educatori (come anche dei politici), infatti, non li conosce.
Raccolte le informazioni, occorrono norme e sanzioni. Perché? Adulti che, di fronte ad un fenomeno come l’intossicazione di un’intera generazione, non legiferano con ordinanze e misure idonee, non sono credibili. Evidentemente non vogliono assumersi responsabilità: o perché non ritengono il fenomeno davvero grave, o perché sono deboli. In entrambi i casi, il dialogo non parte: se non sei convinto di quel che dici, o se non sai cosa dirgli, perché il ragazzo dovrebbe ascoltarti?
Norme e divieti, con le relative informazioni, sono dunque tra le premesse del dialogo, che è un confronto tra le esperienze del giovane e le conoscenze dell’adulto. Se non hai informazioni precise, tradotte in norme, nessun ragazzo ti ascolterà. Lo si può anche capire.