Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 20 aprile 2009, www.ilmattino.it

Distrarsi insegna a concentrarsi. Il bambino che ha girovagato per prati, spiagge e boschi, sarà poi capace di prestare attenzione all’argomento che la maestra gli propone, molto più di quello che ha passato la sua infanzia tra giochi e attività didattiche intellettualmente stimolanti, e aule scolastiche. Lo stanno scoprendo gli studiosi impegnati a indagare la diffusione fra i bimbi occidentali dell’Adhd (la sindrome di deficit dell’attenzione e di iperattività). Ma perché ciò accade?
Sembra che avesse ragione il filosofo e pedagogo William James, nelle sue riflessioni sull’attenzione diretta, e quella che egli chiamò la «fascinazione», l’attenzione involontaria, sollecitata in particolare dai grandi spazi e ambienti naturali. Studi recenti hanno dimostrato che l’attenzione diretta, come quella per uno specifico oggetto di studio, risulta più facile ed efficace nelle persone che hanno sperimentato, specialmente nell’infanzia, situazioni di fascinazione, di attenzione indiretta. Come quelle appunto da cui si lascia catturare un bambino a spasso nella natura, quando si appassiona a un dato tipo di albero, a una foglia, a un insetto che si muove sulla spiaggia o a un masso che devia un torrentello.
Il bimbo che spontaneamente impara a leggere con attenzione nel grande libro della natura aperto dinanzi a lui sarà poi molto più in grado di concentrarsi sull’argomento proposto a scuola dal maestro. Come se le organizzazioni neuronali coinvolte nell’attenzione del «nature boy», del bimbetto selvatico, fossero più fresche, più elastiche, meno logore e più libere di quelle già sollecitate da concentrazioni e attenzioni forzate e già predisposte. Comprese, in particolare, quelle sollecitate da un’esposizione troppo precoce alla tv.
Queste scoperte sono molto interessanti perché dimostrerebbero che il famoso «deficit dell’attenzione» che affligge i nostri bimbi e nipoti è in realtà figlio di un altro deficit: quello di ambienti naturali, indispensabili per lo sviluppo dell’attenzione indiretta, di quel lasciarsi affascinare nei luoghi dove maturano gli interessi e la capacità di concentrazione del bambino.
Si tratta, del resto, di una situazione ormai sperimentata: i bambini stanno meglio là dove la natura è più presente. Tanto che negli Stati Uniti il Nature-Deficit Disorder, la sindrome da mancanza di natura (è stato così chiamato, nei suoi libri e rubriche sui media, dallo psicopedagogo Richard Louv), è un malessere comunemente riconosciuto anche se non clinicamente classificato. Dovunque poi, anche in Italia, sappiamo che le forme patologiche più diffuse, come le tossicodipendenze, si curano meglio dove è più forte il contatto con la natura.
Ambientalisti radicali e sportivi appassionati alla Wilderness o natura incontaminata (amata dal fondatore della psicologia analitica Carl Gustav Jung), sostengono da sempre che l’uomo, in quanto essere vivente ha un bisogno vitale di contatto diretto con le forme della natura: i boschi, i corsi d’acqua, i prati, gli animali.
L’analista sa poi che oggi i disagi psichici più diffusi si formano in situazioni dove manca un contatto diretto con il mondo vivente, costantemente sostituito da prodotti «culturali» o dalla tecnologia. I disturbi di personalità e dell’umore, quelli alimentari, tutte le forme di dipendenza (da sostanze, affettive, sessuali) si aggravano in ambienti artificiali. Mentre la natura vivente li cura.
Le ricerche americane, canadesi e svedesi sull’Adhd confermano dunque altre intuizioni, antiche e moderne. Chi sa perdersi nella natura troverà poi sé stesso. Fin da bambino.