Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 13 ottobre 2008, www.ilmattino.it

Esiste uno «stress da crisi»? Certamente sì. Ad esserne colpiti non sono però solo le persone che sono state danneggiate dai fallimenti di banche internazionali, dalla perdita di valore di obbligazioni da esse emesse, dalla caduta delle borse. Ci sono persone che hanno perso in borsa, e sono addolorate ma non stressate, ed altre che non hanno finora avuto nessun danno preciso, e vivono nell’angoscia.
Cos’è, allora, a determinare ansia, paura della crisi e panico, in forma patologica?
Innanzitutto il maggior grado di esposizione personale all’emotività collettiva. A volte la lontananza dalle informazioni ti ripara dall’angoscia. Come accadde a quei soldati giapponesi che sulle isole, senza comunicazioni, si credevano ancora in guerra, non sapendo di averla già persa.
Voler sapere cosa accade orienta, ma nell’attuale sistema di comunicazioni, dove l’«overdose dell’informazione» è la regola, genera malessere e, a volte, nevrosi. Il consumatore di informazioni, sottoposto al quotidiano bombardamento mediatico, ha la sensazione (peraltro giusta) di non sapere mai tutto, ed aumenta quindi la fame di dati e notizie. Che generano ulteriore malessere, perché lo mettono enfaticamente al corrente di verità parziali, sulle quali d’altra parte non può intervenire.
Il grande scrittore e saggista tedesco Ernst Jünger, serenamente sopravvissuto alle guerre e tragedie del Novecento, diceva che le antenne televisive che si affollavano sui tetti delle città postmoderne gli sembravano tanti capelli ritti per la paura sulla testa delle nostre case, ed il loro uso non faceva che aumentare l’ansia degli utilizzatori di tv. L’effetto dell’attuale sistema di comunicazioni non è solo questo, ma è anche questo. Anche perché c’è sempre il deputato, o l’opinionista, che per rafforzare la propria notorietà è pronto a giurare di aver saputo con precisione che il peggio deve ancora arrivare, o che non si vedono per ora vie d’uscita.
L’immaginario catastrofico-apocalittico è infatti uno degli archetipi profondi dell’inconscio collettivo (come il suo opposto, quello dell’inesauribile abbondanza), e chi lo agita incontra nel breve periodo un successo sicuro, per via della forza suggestiva dei timori irrazionali, alleati di potenti contenuti della psiche collettiva ed individuale: le insicurezze, i sensi di colpa, gli aspetti depressivi, oppure quelli euforici, delusi dalle difficoltà che il piano di realtà inesorabilmente propone.
Le persone che non usano prudenza nell’esporsi ai circuiti informativi e mediatici (e di solito lo fanno appunto perché sono già ansiose), suggestionate dall’archetipo catastrofico, diventano quindi ancora più angosciate, e difficilmente mantengono lucidità e sangue freddo. A quel punto, la caduta nello stress da crisi diventa molto probabile, sia che siano state davvero danneggiate, sia che abbiano solo ceduto alla psicosi collettiva. Per resistervi è necessario sviluppare una distanza personale, critica, dalle potenti forze dell’inconscio collettivo con le sue immagini catastrofiche.
La maggior parte delle persone, infatti, anche se proprietari di qualche titolo in Borsa, non hanno niente a che fare con le banche fallite a New York, e la loro vita sarà solo sfiorata da quanto accaduto. I loro depositi sono garantiti dagli Stati, le loro azioni corrispondono ad aziende che producono valore. Perché allora cadere nello stress da crisi?
Certo, occorre resistere all’emozione, grandiosa e pericolosa, di centrarci qualcosa con gli «happy few» che accendono o spengono le luci di New York. Piccolo è bello: meglio ricordarsene. E va bene così.