Claudio Risé, da “Tempi”, 10 luglio 2008, www.tempi.it

Vorrei proporre a me stesso, e ai lettori, di andare in vacanza dai pregiudizi, dalle idee che abbiamo costituito sugli altri e sulle loro opinioni, e che dirigono i nostri comportamenti in modo automatico. Non è una proposta relativista: è solo perché, se non li ascoltiamo con la curiosità e l’innocenza di un bambino, non riusciamo a sentire cosa gli altri ci dicono.
Un esempio di vita quotidiana, per farmi capire. Qualche giorno fa incontro un gruppo di medici, che avevano voluto scambiare le mie opinioni ed esperienze di psicoterapeuta con le loro di cura del corpo. Persone interessate, sicuramente aperte, con una visione della vita, credo, non molto diversa dalla mia (molti anche lettori di questo giornale). Infatti scambio ricco e, mi è sembrato, appassionato. Non senza curiosi inciampi.
Ad esempio, sollecitato a presentare le funzioni materne e paterne nell’accudimento ed educazione del bambino, propongo con poca originalità la mia nota visione della madre come figura dell’accoglienza e dell’appagamento del bisogno, e lo specifico paterno come azione e movimento (a cominciare da quello della fecondazione) e poi, dalla preadolescenza in poi, come operatore della rottura nella relazione fusionale madre-figlio, tuttora attiva ma ormai pericolosa per la costituzione dell’Io personale del figlio. È un punto che, lo so, suscita spesso resistenze, in particolare nelle donne. È del tutto comprensibile, se la questione non è stata vista prima. Ma sono interessanti i modi adottati per non ascoltare quello che l’altro dice. «Ah, dunque lei chiede che dall’adolescenza in poi la madre sparisca», è l’intervento di una signora.
Vorrei spiegare, come di solito faccio, che la madre non deve affatto sparire, solo lasciare che il padre interrompa l’identificazione del figlio con lei, che l’ha addirittura ospitato nel proprio corpo. Percepisco però (anche per il caldo e la stanchezza) il muro di sordità arrabbiata dall’altra parte. Comunque ci provo, ma il risultato è: «Lei dice che la madre deve farsi da parte perché la donna è natura e l’uomo cultura, e quindi per entrare nella società è necessario il padre». Per la verità non l’ho mai detto, mai scritto, e non lo penso affatto. È tutto molto più complesso e profondo di così, e ha persino a che fare – penso – con quell’“occuparsi delle cose del Padre” (di cui il padre è figura putativa) che Gesù oppone alle ansie di Giuseppe e Maria, ma che, come tutto nella vita di Cristo, riguarda la fondazione della stessa personalità umana.
Come dirlo, però? Come dialogare, se l’altro sente cose che non dici (e neppure pensi)? Come togliere di mezzo gli schemi mentali che occupano (sotto il segno dell’ansia) il campo della comunicazione e dell’incontro, forti del fatto che vengono ripetuti milioni di volte, come se avessero un qualsiasi fondamento, che alla fine nasce soltanto, invece, dalla loro incessante ripetizione?
Penso che dovremmo (tutti) parlare meno, magari anche leggere e scrivere meno, ascoltare di più. Don Luigi Giussani, di cui fui ribelle ma affezionato allievo, ti ascoltava, ti guardava. Aveva un modo ascoltante di guardarti. Anche per questo quegli incontri furono così ricchi. Insomma, proviamo a fare come se non sapessimo nulla. Magari impariamo qualcosa.