Claudio Risé, da “Tempi”, 19 giugno 2008, www.tempi.it

I pazienti operati per far soldi (comunque vada a finire l’inchiesta: ce n’è abbastanza, e purtroppo non solo nella clinica Santa Rita di Milano) o il rumeno bruciato dalla coppia in affari per incassare l’assicurazione fanno parte, prima e più del discorso sugli esami di riparazione, dell’emergenza educativa. Innanzitutto perché sono la prova della sua esistenza.
Persone che uccidono, o trattano la salute altrui dando la priorità al proprio interesse senza curarsi del danno per l’altro, sono il risultato di un completo fallimento educativo. L’altro non c’è, se non come strumento di affermazione personale. Il sentimento, il cuore, è stato distaccato dalle esperienze più elementari: la pietà, il rispetto umano, la percezione del dolore altrui. L’emozione, come in altri tragici casi che hanno recentemente riguardato protagonisti della cura, è suscitata dal comprarsi una grossa automobile più che dall’aiutare un altro essere umano a uscire dai guai.
Parlare di assenza di etica, in casi come questi, è già velleitario: qui siamo al di sotto di quel livello di umanità minima che consente un’autentica relazione con l’altro, e quindi la costituzione di ogni esperienza sociale che non sia l’associazione per arricchimento, non importa se a danni degli altri e della società.
L’esperienza dell’educare nelle sue due accezioni, sia dell’essere tratti fuori, all’umanità appunto (o del trar fuori l’umano che è in te, il tuo Sé), sia del nutrire il tuo Io, essenzialmente attraverso la scoperta dell’Altro, della sua bellezza e sacralità, qui sono completamente mancate. Non è mancata, al contrario, la celebrazione del denaro e del consumo, la sua considerazione come metro massimo, anzi unico, del proprio valore. L’altro e lo sguardo che l’altro ti rivolge scompaiono dietro al conto di quanto ti potrebbe rendere.
Non si tratta di casi estremi. Certo, non tutti i nostri fratelli disumanizzati, che vorrebbero essere macchine per far soldi e comprare cose, Suv, vestiti, vacanze, uccidono persone per ampliare il loro conto in banca. Il rapporto umano trasformato in fatto commerciale è però corrente. Così come la contrazione del Sé, schiacciato da un Ego ipertrofizzato dai suoi oggetti di consumo e di status.
Il pauperismo della sinistra, l’“anche i ricchi piangano” dell’ala radicale del governo Prodi, era nutrito dalla stessa squilibrata ipervalutazione della ricchezza, da loro considerata addirittura demoniaca, e quindi priva di qualsiasi valore pratico ed educativo. La destra tuttavia non ha finora elaborato un autentico progetto educativo (Letizia Moratti ci ha provato, ma è stata annegata dalle proteste corporative) e quindi una vera educazione alla ricchezza. Si tratta invece di un passaggio indispensabile in un paese che sessant’anni fa era ancora in gran parte povero, ed ora è, complessivamente, piuttosto ricco.
La ricchezza non è solo una conquista: è anche, prima di tutto, una responsabilità. Questo, ai tantissimi italiani che per fortuna sono diventati ricchi negli ultimi cinquant’anni, non è stato insegnato. Da qui anche, e per certi versi soprattutto, l’emergenza educativa. Perché se non ti senti responsabile verso chi ha meno di te, verso chi è più debole, puoi diventare un mostro in qualsiasi momento.
Non c’è più un minuto da perdere. La ricchezza, e il potere, come responsabilità: bisogna insegnarlo subito.