Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 26 maggio 2008, www.ilmattino.it

Di fronte all’orda di ragazzi che drogati o ubriachi travolgono inermi passanti, a quelli che ne seviziano altri più deboli, documentando magari il tutto su YouTube, ai tanti coinvolti in atti di bullismo individuale o di gruppo, qualcuno vorrebbe rimettere in circolazione, nella già intasata scuola italiana, un vecchio fantasma: l’insegnamento di educazione civica. Siamo sicuri che servirebbe a qualcosa? C’era già, e non ha certo lasciato un segno indelebile in chi lo ha ricevuto.
I ragazzi la Costituzione la studiano già nei corsi di diritto, il Codice della strada ancora prima, per la patente del primo motorino. Un’ulteriore illustrazione delle norme (con relative fotocopie e quiz) non cambierebbe nulla. I ragazzi le conoscono, ma non gliene importa nulla. Le violano in continuazione, non per ignoranza ma per l’indifferenza che nasce dal non ricevere invece insegnamenti e nozioni su un altro aspetto ben più profondamente formativo che l’«educazione civica»: il principio di responsabilità. Che, pur essendo il perno della vita sociale dell’individuo, lo studente non sente mai nominare da quando entra a scuola, a quando ne esce, magari con laurea. Il ministro per l’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha fatto molto bene nelle funzioni finora ricoperte. Presti dunque attenzione a questo «buco nero» nella formazione dello studente italiano.
La responsabilità, verso se stessi e gli altri, è ciò che fa la differenza tra un bambino, continuamente preso per mano e indirizzato qui e là (come fa appunto l’«educazione», intesa nel senso più passivo, e purtroppo più praticato, del termine), e un soggetto umano autonomo come per certi versi è già un adolescente.
La postmodernità, oltre ad abbassare la maggiore età a 18 anni, ha attribuito all’adolescente ampie zone di libertà. Mezzo secolo fa era ancora imbrigliato in una gabbia comportamentale molto precisa, di cui doveva rispondere a genitori, a insegnanti e autorità pubbliche. Oggi non è più così. Il genitore che controlla attentamente la vita del figlio può venire indagato (lo abbiamo visto) da un giudice, così come il preside, o l’agente, che reagisce a un comportamento antisociale o pericoloso dell’adolescente. È inutile allora insegnare norme, che poi la famiglia o lo Stato non è in grado, almeno oggi, di far applicare.
È anche per questo che nelle società liberali, inaugurate inizialmente nei paesi del Nord Europa, e negli Stati Uniti, si è messo invece l’accento su un altro aspetto, senza il quale la conoscenza delle norme non serve a nulla: la presa di coscienza della responsabilità individuale. Io sono responsabile di ciò che faccio verso me stesso, prima ancora che verso i genitori, la scuola, o lo Stato. Il mio valore e dignità sociale è stabilito innanzitutto dal mio assumermi quella responsabilità, senza scaricarla su altri.
L’adolescenza è appunto il tempo nel quale la sensibilità alle conseguenze per gli altri di ciò che faccio inizia a svilupparsi. È anche per questo che i giovani sono così interessati al «gruppo dei pari», all’amicizia con i coetanei, a stare insieme e così via. Nessuno però insegna loro che di tutti questi rapporti, come del resto di quello con il proprio stesso corpo, occorre assumersi la responsabilità.
Non si tratta certo di una materia semplice, da risolvere con quiz e fotocopie. È, anzi, l’aspetto «forte» della filosofia e psicologia contemporanea. Hans Jonas, e Carl Gustav Jung vi hanno dedicato la vita. Senza di esso, però non c’è nessuna educazione, né civica né personale, e non nasce neppure un vero soggetto umano.