Claudio Risé, da “Tempi”, 15 maggio 2008, www.tempi.it

Una lettera come troppe altre, con conclusione diversa. «Quando scopri che il coniuge ti tradisce: dolore, umiliazione, paura per la famiglia. Le chiedi: “Ma cosa stai facendo?”, e senti rispondere: “Chi, io? Niente, perché?”. Nega tutto. Metti il telefono sotto controllo: è tutto vero, e anche peggio. Discussioni, litigi, ho subìto quattro aggressioni con il coltello, lei ha persino minacciato di gettare dal sesto piano la mia bambina. Le ho detto: “Per il bene dei figli, vattene!”. E sono finito in carcere con l’accusa di abusi sessuali su mia figlia di 9 anni e altre di violenza e maltrattamenti. Il quinto giorno in prigione un giudice mi dice: “Lei abusa della sua figlia minore”. Io, guardandolo negli occhi, dico: “Perché sono qui?”, e il giudice: “Perché lei abusa di sua figlia minore”. Scoppio in singhiozzi, non capivo le domande del giudice, non ricordo cosa ho risposto, ma alla fine dell’interrogatorio il giudice ha detto: “Rimandatelo a casa questo qui”.
Dopo il carcere mi sono fatto 45 giorni di arresti domiciliari, da mia madre. Quando sono uscito, ho scoperto e documentato che il poliziotto che mi ha personalmente arrestato usciva con mia moglie. Nell’incidente probatorio mia figlia, che mai mi ha accusato, ha detto: “Il mio papà mi vuole bene e io pure gli voglio tanto bene”. In tribunale al termine dell’interrogatorio piangendo è corsa verso di me, mi si è buttata in braccio dicendomi: “Aiutami papà, aiutami! Ma cosa vogliono questi da me?”.
Il giudice della separazione ha dato la mia casa e i figli a mia moglie, alla quale passo anche il mantenimento per lei. Era il 6 giugno 2003: da cinque anni io vivo in un ripostiglio di 7,3 metri quadrati con un letto, una scrivania e una sedia al settimo piano su un terrazzo. Sono stato assolto dalle accuse. Il 2 aprile 2008 mia figlia, che posso vedere solo dieci ore la settimana, ascoltata dal giudice della separazione ha detto: “Mi avete tolto il mio papà da cinque anni, voglio stare più tempo con il mio papà”.
Il resto è normale storia di una separazione tra coniugi dove i papà, per tribunale dei minori, assistenti sociali, psicologi, avvocati e giudice della separazione, non contano nulla. E i figli vengono uccisi insieme ai papà. Gridando “rivoglio i miei figli”, mi sono incatenato il 12 settembre 2007 davanti al tribunale dei minori di Taranto, poi il 30 gennaio 2008, per quattro giorni, davanti al tribunale civile di Taranto. Gridando “rivoglio i miei figli”, il 4 maggio 2008 salirò a 50 metri di altezza su un edificio di Taranto e, incatenato, lancerò migliaia di volantini per raccontare di duemila papà che, come scrivono i giornali, si suicidano ogni anno in Europa. Non avete nessun diritto di togliere i papà ai figli. Sergio Nardelli di Taranto, uno dei tanti papà».
Nardelli, 54 anni, è poi davvero salito sulla cattedrale di Taranto, su cui ha issato un lenzuolo bianco (procurato da un padre che ha una bancarella al mercato) con scritto: “2.000 papà si suicidano ogni anno perché gli tolgono i figli”.
Di storie così, con padri nel 95 per cento dei casi assolti dalle accuse di abusi sui figli e violenze ma quasi sempre rovinati per tutta la vita (e i loro figli?), ce ne sono migliaia. Pietà l’è morta. E la giustizia non sembra stare benissimo. Bisogna cambiare.