Per la moratoria - Aborto? No, grazie(Intervista a Claudio Risé, di Maurizio Crippa, da “Il Foglio”, 6 marzo 2008, www.ilfoglio.it)

Lo scrittore e psicoterapeuta candidato per la lista “Aborto, no grazie” è “addolorato” per l’immagine della Campagna di Oliviero Toscani e “Donna moderna” contro la violenza alle donne, che inchioda i due sessi al ruolo di “vittima” e “carnefice”

«Sono contro l’aborto, cioè voglio che i bambini nascano. Dopodiché, voglio anche che stiano bene, siano felici. Cioè siano accolti, amati, aiutati a sviluppare una vita gioiosa. Invece l’immagine e il messaggio creati da Oliviero Toscani per la campagna sociale di “Donna moderna” è l’esatto contrario. Sono contrario alla sua brutalità».
Claudio Risé, scrittore e psicoterapeuta, candidato della lista per la moratoria contro l’aborto, è “addolorato” per l’uso turpe dell’immagine infantile e per la violenza ideologica del messaggio che, se ben analizzato, contraddice l’intento «certamente positivo, doveroso» del committente della campagna contro la violenza alle donne.

Che cosa vede di tanto negativo, in quell’immagine pubblicitaria?
«Innanzitutto, questi due bambini offerti nella loro nudità disarmata, e questo in un contesto sociale e mediatico che vede diffuso il fenomeno della pedofilia».

Be’, se qualcuno girasse con quella foto nel portafoglio, lo arresterebbero…
«Ci vuole rispetto. Invece quell’immagine soggiace, dal punto di vista iconografico, all’universo pedofiliaco. O quantomeno ci gioca, senza protezione».

In secondo luogo, secondo Risé quei corpi di bambini sono esposti, sovrapposti, a un’immagine culturalmente malata: «Sono lì, affiancati nella pagina e legati a due stigmi psicologici gravi, molto gravi: carnefice e vittima. È un messaggio che veicola un profondo attacco, una minaccia, alla libertà di quei bambini. Cioè, in potenza, di tutti i bambini, alla libertà di quei bambini quando saranno cresciuti. Perché non possono essere “obbligati” da quelle due categorie appiccicate sulla loro pelle a essere “vittima” o “carnefice”. Io mi auguro che gli vada diversamente. Ma, in ogni caso, sta comunque alla loro libertà realizzarsi al di fuori da quei due stigmi».
Invece dei “potenti dei media” come sono Toscani e la sua committenza «li condannano all’una o all’altra posizione. È un fatto di una gravità inaudita. È la negazione del libero arbitrio».

Secondo Risé c’è poi un ulteriore livello di analisi: «Quel messaggio non difende le donne, ma criminalizza il maschio. Lo condanna a una totale subalternità. È questo l’esito della colpevolizzazione insita in quell’ideologia del rapporto tra i sessi. Ed è socialmente devastante, in un momento in cui il disagio maschile è già così evidente, e disastroso».

Dove vede i segni di un tale disagio?
«Basterebbe il tasso dei suicidi, tre volte maggiore negli uomini», risponde Risé. «Ma pensiamo anche alle conseguenze della legge sull’aborto: per la prima volta, trent’anni fa, è stata inferta una ferita simbolica, ma anche pratica, all’idea di paternità. Il maschio è stato posto fuori dalla linea dello sviluppo procreativo».
E le conseguenze sono evidenti, documentabili a livello statistico, prima ancora che negli studi degli psicanalisti: «Basterebbe dire che, nelle cause di separazione, in oltre il 90 per cento dei casi si assiste alla sottrazione dei figli ai padri. In un sondaggio Gallup realizzato dopo la caduta delle Torri, la grande maggioranza degli americani rispose: “Il più grande problema per l’America non è il terrorismo; è il fatto che i maschi americani non possano crescere i figli che hanno generato”».

Dunque, l’immagine di questa campagna veicola quantomeno il messaggio sbagliato: non difende le donne ma inchioda a un ruolo negativo gli uomini. Non le sembra bizzarro, da parte di uno come Toscani che ha creato buona parte della sua fama di guru dei media sulle foto antirazziste, i bambini bianchi e quelli neri?
«E adesso dice che la differenza tra bambino e bambina sta nel DNA…
Ma questa è follia, questa sì è veramente una posizione razzista. È la teoria del gender, ma trasformato in una gabbia comportamentale e affettiva negativa. “Sei un carnefice!”. È pura ideologia maligna».

Per Risé, c’è anche da sottolineare che la risposta alla violenza alle donne va cercata in un rapporto amorevole tra i sessi, «non certo nell’organizzazione dell’odio dentro alle gabbie ideologiche del genere».
(m.c.)