Per la moratoria - Aborto? No, grazieClaudio Risé, da “Tempi”, 28 febbraio 2008, www.tempi.it

Attenzione: in ciò che dirò questa settimana, e fino alle elezioni, c’è un conflitto di interessi. Su proposta del direttore di Tempi, ho infatti deciso di presentarmi per la lista: Per la moratoria contro l’aborto. E da qui alle elezioni continuerò a presentarvi le mie ragioni per questa battaglia.
Cominciamo da qui: perché portare un tema come questo: “smettiamola di uccidere i bambini prima che nascano”, in una campagna elettorale dove si parla di far tornare i conti nelle tasche dei cittadini e dello Stato, di tutela dei diritti, e di sviluppo? Perché non considerarlo appunto un “problema di coscienza”, che ognuno si sistema come crede?
La risposta è semplice: perché in uno Stato maturo (non “emergente”, ma emerso da molto tempo), tutti i problemi politici dipendono dalla vitalità del paese. E la vitalità di un paese dove uccidere i bambini concepiti è considerato un problema di coscienza individuale, che non riguarda tutta la società, la sua capacità e desiderio di svilupparsi, è molto bassa. Come mai? Perché il bambino è la nuova vita, la storia che continua, il mondo di domani. Impedirgli di venire al mondo significa rifiutare lo sviluppo, il domani.
La battaglia contro l’aborto ha due facce. La prima, la più evidente, quella fondamentale, è quella di ogni tema “eticamente sensibile”: l’aborto è un male, e la sua pratica imbarbarisce la società, ed i suoi componenti. La cosa, però, non finisce qui.
Ogni tema “eticamente sensibile” ha un suo particolare modo di diffondere la malattia morale, nella società, indebolendola e degradandola. Nel caso dell’aborto, proprio l’evidente orrore dell’azione che viene compiuta rischia di sentimentalizzare il dibattito, consentendo a qualcuno di diversa origine e orientamento, come è accaduto, di chiedere il “silenzio”, sulla questione, per rispetto per chi, quasi sempre soffrendo, la compie.
Ma il rispetto, e l’affetto, per la donna che decide di abortire non deve far scomparire, il rispetto, e l’affetto per il bambino che già vive, ma non potrà nascere, e quello per la comunità cui apparteniamo, gli altri, la cui vita e le cui prospettive saranno profondamente toccate da quell’azione.
La storia, e l’antropologia sanno bene che l’atteggiamento verso il bambino è uno dei grandi indicatori del grado di vecchiaia, o di vitalità, di una civiltà. Quando la civiltà azteca cominciò a moltiplicare i sacrifici rituali dei bambini al Sole, cadde in una decadenza irreversibile. Lo studio della psiche umana conferma questo fatto. Una personalità vitale è devota al nuovo, ama i bambini, non distingue neppure tra lo sviluppo della propria esistenza e quello della loro: sente istintivamente che i due fenomeni vanno a comporre il fenomeno complessivo della crescita e dello sviluppo della vita. Si tratta di ciò che don Giussani chiamava un’esperienza elementare, che abbiamo già nel nostro cuore, e che ci indica la strada della realizzazione della nostra vita, e del nostro destino.
La vita nascente è la rappresentazione simbolica (e quindi molto reale, non intellettuale), di un mondo che continua, si sviluppa, e cresce. Ucciderla vuol dire ferire a morte lo sviluppo vitale di una società.
La battaglia contro l’aborto è una battaglia “buona”. E dal punto di vista politico è una battaglia per lo sviluppo.