Claudio Risé, da “Liberal” quotidiano, 25 gennaio 2008, www.liberal.it

Dove non riuscirono due guerre mondiali, una guerra civile, una storia di miseria secolare, di ricchezza guadagnata con enorme fatiche e inquietanti squilibri, è riuscito, in una manciata di mesi, Romano Prodi. Il Buster Keaton alla rovescia, l’uomo che ridendo ti mette voglia di piangere, ce l’ha fatta a vincere il tradizionale ottimismo e vitalità degli italiani, a farli diventare tristi. Se ne è accorto persino il New York Times, e molti, sia a sinistra che a destra si sono inalberati. Gli italiani tristi? Che enorme sciocchezza! Invece è proprio così.
Tutti i sondaggi segnalano aspettative nerastre, stanchezza, voglia di gettare la spugna. C’è una continua crescita dell’emigrazione fra i giovani quadri più qualificati, soprattutto verso Inghilterra, USA, ma anche Mosca e l’Est. E gli stranieri hanno gettato la spugna anche loro: piuttosto che cercare di comprare e mettersi a trattare con la corte di burocrati di Prodi, vendono i marchi italiani che avevano collezionato. Ultima Nestlé che si vende la Buitoni.
Come mai quest’effetto neppur troppo vagamente gotico per quest’emiliano paffuto, che ha inutilmente cercato di annettersi l’aura allegra e da bon vivant che accompagna i suoi conterranei amanti di tortellini e, appunto, mortadella?
Il fatto è che l’inconscio collettivo non è scemo, non si lascia abbagliare dalle apparenze. Non basta assomigliare ad una mortadella per esserlo. Se vai al potere per le alchimie di una legge elettorale balzana in un elettorato spaccato in due; ci rimani in una situazione di minoranza intermittente; contrattando fino allo spasimo ogni provvedimento pur di non finire a gambe all’aria; rinunciando a tutti quelli, pur necessari, che non ti danno spazio di mediazione; non lasci passare un affare di rilievo senza porre le tue condizioni ed i tuoi uomini; e intanto te ne infischi completamente dei sondaggi che ripetono sempre più che il popolo non solo non ti ama, ma ti odia; assomiglierai pur a una mortadella, ma in realtà sei un tiranno. Nel senso di uomo cui interessa soprattutto il potere, infischiandosi dei suoi effetti sul paese, e della volontà popolare di togliertelo.
Questo tipo di politico, tirannico appunto, che può affermarsi in un regime totalitario, ma anche in una democrazia (certo non troppo in buona salute), getta il popolo in depressione, come osservava acutamente Vilfredo Pareto, il padre della scienza politica, già all’inizio del secolo scorso. Il popolo si deprime perché soffre di asfissia, gli manca l’aria per respirare. La società respira quando cresce, quindi cambia, innova, immagina, rischia. Quando nulla di tutto questo può accadere, perché tutto deve solo mantenere l’esistente, magari rallentandolo ancora di più (come è accaduto nei grandi affari durante il consolato prodiano) per evitare nuovi ingressi, nuovi sviluppi, e conservare, rafforzandolo, il potere, la società si mummifica.
Il Palazzo diventa così, anziché il promotore delle forze di domani, il museo del potere di ieri, che è anche quello di oggi, e pretende di rimanere per sempre. La casa dei morti viventi, da cui ogni tanto escono progetti in tono con lo stile complessivo: le stanze per il buco, l’eutanasia, l’eugenetica prenatale. Uno scenario horror, che farebbe impressione a chiunque.
Gli italiani sono brava gente, finora indomita. Questa volta, però si sono impressionati. E sono diventati tristi. Speriamo che passi.

Fonte: [Liberal]