Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 7 gennaio 2008, www.ilmattino.it

L’America ci fa sempre cambiare. Da lì sono venuti il jazz, la democrazia nell’Europa delle dittature, la rivoluzione sessuale, quella informatica, lo sdoganamento dell’omosessualità, il politically correct, la «guerra preventiva» contro il terrorismo. Sulle «novità» americane ognuno ha le sue opinioni, ma è certo che hanno cambiato la nostra vita. L’ultima novità Usa sono i Christian Leaders, i nuovi leader politici, come Obama, che si identificano con le loro convinzioni religiose.
Nel primo confronto (avvenuto nello Iowa) del percorso elettorale che porterà alla prossima elezione del presidente, hanno vinto i due che fin dall’inizio avevano presentato la loro fede cristiana come il tratto più significativo della loro personalità e dei loro programmi: il nero Barack Obama, democratico, ed il repubblicano Mike Huckabee, repubblicano.
Nelle loro autopresentazioni agli elettori riecheggiava il tono di una delle più fortunate battute dei Blues Brothers, popolarissimi eroi di un film cult degli anni 80 che si definivano «in missione per conto di Dio».
Dato interessante: sono i più giovani candidati dei rispettivi partiti, sembrano piacere molto all’elettorato più giovane, e questo negli Usa, paese demograficamente molto meno vecchio dell’Europa, promette bene per il futuro dei due. Ma è significativo anche per noi, perché significa che ad apprezzare questi leader politico-religiosi non sono i vecchi, più legati alle ideologie del secolo scorso, come il femminismo di Hillary Clinton o la «tolleranza zero» di Rudolph Giuliani, ma i nuovi cittadini americani, quelli nati dopo gli anni 70, del tutto estranei agli stereotipi e alle sequele di quelle battaglie.
Ancora una volta, è proprio per la sua importante quota di cittadini giovani, molti di recente immigrazione, che gli Stati Uniti anche da noi continuano sempre a rappresentare il «mondo nuovo», a presentarci per primi le tendenze che poi anche noi finiremo per percorrere.
Comunque finiscano poi le elezioni, l’affermazione dei due leader ha fin d’ora un grande significato psicologico rispetto ad alcuni luoghi comuni molto diffusi nelle interpretazioni circolanti sul nostro tempo. Un secolo fa, il 900 sembrò inaugurare l’era del «disincanto» (come lo chiamò il sociologo Max Weber), quella della fine delle credenze religiose (già annunciata nella teoria della «morte di Dio» di Friedrich Nietzsche) e del rinchiudersi dell’uomo nell’universo delle cose, dei corpi e del denaro. Insomma in un’ottica materialista.
Come si vede, non è andata così: un secolo dopo, nel più grande e potente Paese occidentale, i candidati alla presidenza si confrontano proprio su chi di loro sia più affidabile come inviato «in missione per conto di Dio», come dicevano di sé i popolarissimi Blues Brothers. Ciò d’altra parte si accompagna ad una rinnovata passione per i temi dell’appartenenza religiosa in tutto il mondo, un modo di sentire che ha già fortemente contribuito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, negli anni 90.
La ripresa della passione religiosa suscita anche nuovi pensieri, nuovi atteggiamenti, nella vita di tutti. In America il leader democratico favorevole all’aborto, John Kerry, era già stato pesantemente sconfitto da George W. Bush nel 2004. E in Italia, oggi, si manifesta una convergenza trasversale, in senso «pro life», per il rafforzamento degli aiuti alle madri in difficoltà. Oppure si fanno orgogliose dichiarazioni di castità, in attesa di un amore autentico, ma anche come scelta di vita definitiva.
Nella vita quotidiana dell’Occidente è tornata la passione del divino.