Claudio Risé, da “Tempi”, 13 settembre 2007, www.tempi.it

Negli Stati Uniti si sta ripensando alla bontà delle classi miste, e si moltiplicano le classi “single sex”, o maschili, o femminili. La ragione è semplice: la casistica ha dimostrato che maschi e femmine sono diversi, e che stare assieme, soprattutto negli anni cruciali dell’adolescenza, non serve a nessuno dei due.
L’ideologia egualitaria, intesa come assenza di differenze portatrici di valore, che aveva presieduto all’ideazione delle classi miste, ha dimostrato anche qui la sua inconsistenza. Negare la differenza non promuove nessuno, e indebolisce le specifiche qualità di tutti. La ricchezza e irriducibilità della persona umana ha, tra le sue caratteristiche, quelle specifiche del proprio genere, che (malgrado il modello uni-bisessuale annunciato come prossimo dal professor Veronesi), continua a condizionare e ispirare i comportamenti e i talenti degli umani.
L’esperienza, a partire dalla metà del secolo scorso ha dimostrato che, come era noto sperimentalmente, le ragazze già prima dello sviluppo hanno capacità intellettuali e cognitive ignote ai maschi. Sono più stabili, capaci di concentrazione e di sforzi intellettuali, più attente e concrete. I maschi, negli stessi anni, hanno grosse difficoltà di concentrazione, e le loro capacità cognitive sono di tipo più intuitivo e sintetico, che analitico e organizzato. Inoltre, una buona parte delle loro energie viene assorbita, consapevolmente o no, dalla necessità, di impegnarsi fortemente nella conoscenza e amministrazione della propria aggressività, che se rimossa e ignorata li renderà deboli o ossessivi, e se agita senza criterio rappresenterà sempre un handicap nelle loro relazioni.
I tempi ed i modi dello sviluppo del conoscere, e dell’intero processo educativo, sono dunque diversi per i due generi, maschile e femminile, soprattutto negli anni della preadolescenza ed adolescenza, dai 10 ai 16-17. Le classi miste producono nei maschi senso di inferiorità, accompagnato da depressione, o aggressività. E nelle femmine un senso di apparente superiorità, tutta intellettuale, di cui inconsciamente avvertono l’inconsistenza affettiva (diventando così luoghi di incubazione di perfezionismi anoressici).
Gli effetti patologizzanti delle classi miste sono poi aggravati, dalla prevalenza delle insegnanti donne, che, specie se molto giovani, non hanno spesso avuto il tempo e l’occasione per familiarizzarsi affettivamente con le specificità maschili, di cui gli uomini hanno esperienza diretta.
Nella scuola secondaria inferiore dei paesi europei la media delle insegnanti femmine è del 62.7%; in Italia siamo al 73.3%, contro il 62.8% della Francia e il 56.7% della Germania. Alle superiori, di fronte a una percentuale femminile media del 48.9%, in Italia siamo al 58.8% (Francia 50.6%, Germania 39%).
Il vissuto di diversità, anomalia, e inferiorità, che questa situazione produce nei maschi è documentato dai numerosi fallimenti scolastici, dalle cronache dei disordini adolescenziali, ma soprattutto dalla registrazione dei disturbi che gli uomini manifestano in seguito. E per le donne non va certo meglio, come dimostrano, tra l’altro, sia l’aumento nei disturbi alimentari, che quello nell’assunzione di sostanze. Meglio dunque cambiare.