La tradizione vivente nei dialetti
Claudio Risé, da “Tempi”, 6 settembre 2007, www.tempi.it
Si sta recuperando il dialetto. E’ un processo lento, e non riguarda tutti. Molti, vittime contemporaneamente della scuola fotocopie&progetti, e delle centoparole televisive, del dialetto hanno solo caricature di accenti, e l’italiano non l’hanno mai imparato. Molti altri però (racconta un’indagine Istat del 2006), lo stanno riutilizzando. Nel modo più sano, e cioè non come forma esclusiva, ma in forma mista, alternato all’italiano. Per dire cose, o esprimere concetti, che l’italiano non offre, o perlomeno non con la stessa pregnanza.
Così l’uso misto, di italiano e dialetto insieme, è passato dal 24,9% del 1988 al 32,5% del 2006. Un 7% in più che conferma che la tendenza non va verso la sparizione dei dialetti, ma verso il loro mantenimento “specializzato”, in funzione supplente della lingua ufficiale.
Perché questa tendenza è importante? Perché, come ci ricorda perfettamente don Giussani ne Il rischio educativo, l’educazione, per compiersi, richiede una “fedeltà alla Tradizione”, il supporto di usi, costumi, credenze e sensibilità costituite nel tempo, che rappresentano per certi versi le radici che mantengono la linfa della vicenda educativa.
Questa fedeltà alla tradizione, per vivere ha bisogno, anche, di linguaggi. Ed in un Paese ad unificazione recente e burocratica, come l’Italia, e ricco di linguaggi locali antichi e ricchi, parlati e spesso anche scritti (i dialetti appunto), è difficile (e culturalmente distruttivo) trasmettere la tradizione di un popolo, e la sua forza, buttandone via il modo espressivo più antico e più legato alla vita quotidiana, e quindi ai suoi rimandi trascendenti: il dialetto.
GesùMaria è un’interiezione-invocazione, declinata in forme ortografiche e fonetiche diverse in tutti i dialetti, che rimanda ad un campo di riferimento preciso, quello della tradizione cattolica, identificato come protettivo e salvifico. Il suo abbandono crea un vuoto, che la lingua ufficiale riempie con l’offerta di parole in genere del gergo sessuale, prive di significato evocativo, e che finiscono con l’essere ossessivamente ripetute (e sempre più di frequente anche scritte in libri e giornali), nel tentativo impossibile di sostituire quella spinta affettiva che la rinuncia al linguaggio della tradizione ha negato.
Da questo punto di vista il ritorno del dialetto, in modo non meccanicistico ma come risposta ad esigenze espressive legate al recupero della tradizione, è il volto profano (ma non solo) del processo che il Motu proprio di Benedetto XVI ha realizzato con l’autorizzazione alla Messa in latino. Anche qui l’enorme ricchezza contenuta e offerta dalla Tradizione, ed in qualche modo accantonata imponendo come unica lingua della celebrazione eucaristica quella di oggi, viene recuperata e messa a disposizione del domani. Che non nasce da un oggi isolato nel tempo, ma da un processo ben più antico, e tuttora presente (come ben sa, oltre alla fisica moderna, anche la psicologia del profondo).
Non a caso del resto, in tutto il mondo i popoli più vitali ritrovano le loro tradizioni, per poter partecipare alla globalizzazione in modo vitale, senza cancellare la propria storia ed identità.






Se il dialetto è la lingua degli affetti, la lingua della madre, la lingua dei primi fondamentali momenti, è corretto pensare che a una persona a cui sin dall’età scolare ne viene negato l’uso, venga anche negato il ricordo di quei momenti?
Lo chiedo da veneto, conscio che il dialetto veneto è uno fra i più ostracizzati dalle agenzie linguistiche del nostro Paese.
Lo chiedo perché spesso mi chiedo, magari facendo fanta-psicolinguisitca, se la chiusura e la proverbiale timidezza della mia gente non dipenda dal medesimo ostracismo.
Comment by carlo — September 10, 2007 @ 12:10 am
mi spiace, ma non ci siamo proprio.
Nel dopoguerra, la progressiva riduzione dell’uso del dialetto con l’affermarsi dell’uso della lingua nazionale ha rappresentato un segnale importante della modernizzazione del paese, con uan progressiva omogeneizzazione culturale (soprattutto per effetto della televisione che, vivaddio, parlava e parla solo in italiano)ed anche un recupero vivo di un sentimento di unità nazionale che portava a compimento il paradigma risorgimentale (”una d’arme, di lingua, d’altare…”).
E pertanto, il ritorno all’uso del dialetto - se verificato da dati sicuri - non può che esere visto come un segnale “regressivo”, un rinchiiudersi della società in ambiti ristretti e protetti, di fronte alle sfide della “società aperta”. Un vero e proprio processo di “inbarbarimento”, come pure si è visto in alcuni momenti della storia nazionale.
E non ci facciamo ingannare dal fatto che tanta parte del ceto intellettuale trovi “divertente” giocare con l’uso del dialetto, ma da parte sua si guarderebbe bene dal prendere “sul serio” un simile processo di ritorno al passato.
Oggi dovremmo piuttosto preoccuparci del fatto che tanti scolari escono dalla scuola senza essere capaci di scrivere in italiano coretto un semplice componimento. Altro che dialetto!
Per non parlare del fatto che uscendo dalla scuola senza una conoscenza almeno rudimentale della lingua inglese si incontreranno forti difficoltà ad inserirsi nel mondo de lavoro.
Quanto poi all’affermazione che il recupero del dialetto rappresenta - nientemeno - “il volto profano del processo che il Motu proprio del Pontefice ha realizzato conn ritorno al latino” mi sembra affermazione veramente azzardata!
non c’è qui spazio per confutare, mi limito ad invitare ad una seria riflessione su simili affermazioni.
saverio candito
Comment by saverio candito — September 12, 2007 @ 4:05 pm
C’è poco da riflettere, come chiede Saverio Candito. Si scontrano due mondi incomunicabili. Da un lato chi, in nome della modernità e di un presente che rifiuta ogni radice, vuol spazzare via tutto ciò che sembra passatista. Dall’altro chi, senza rifiutare la trasformazioni che il mondo ci propone, ritiene che la memoria storica, gli usi e le tradizioni, insomma tutto ciò che fa Comunità, come appunto il dialetto, abbiano la funzione fondamentale di indicarci una via. Senza sapere chi siamo stati non possiamo neanche conoscere chi siamo e chi saremo. Quanto alla scuola dovrebbe far riflettere piuttosto la contemporaneità dei due fenomeni: la scomparsa dei dialetti e l’ignoranza delle più elementari regole della lingua italiana.
armando
Comment by armando — September 12, 2007 @ 11:54 pm
Per Saverio. Il fatto che, dall’Italia unita in poi, i grandi scrittori italiani, a cominciare dal Manzoni per finire con Gadda, ed oltre, fossero dei profondi conoscitori del dialetto, non le dice nulla? Il fatto è che l’italiano nasce come lingua burocratica di un nuovo Stato che raccoglie antiche e ricche culture e linguaggi, dove affonda le sue radici e le sue forze. Il dialetto non è “divertente”: ha un significato, un’anima. Che non ha l’Italiano della Gazzetta Ufficiale. Di quello della TV non parlo. Chi s’accontenta, goda. Claudio
Comment by Redazione — September 13, 2007 @ 11:27 am
Articolo e dibattito interessante; io aggiungo questo dubbio: quanti dei propugnatori del ritorno dei dialetti sono solo alla ricerca di nuovi posti di lavoro in cui far stipendiare i propri protetti? In FVG sta infuriando una forte polemica sull’obbligo del friulano a scuola, con alcuni che invocano referenda, altri che magnificano lontani avi rustici e sapienti, e qualcuno che ne insinua l’origine del tutto utilitaristico-mercantile (ottenimento di sovvenzioni statal/regionali in tal direzione).
Saluti a tutti.
RLZ
Comment by Roberto L. Ziani — September 14, 2007 @ 5:50 pm
Mi sembra che nell’articolo qui riproposto si faccia riferimento ad un ritorno “sano” del dialetto, cioè non “intellettualizzato”. La tradizione è vivente nella libertà, non nella coercizione (dell’italiano burocratico e “risorgimentale”, appunto).
Ciò premesso credo sia sbagliato contrapporre identità ad interessi; spesso l’identità (e la tradizione) ha i suoi interessi, e gli interessi sono identitari.
Saluti, Paolo M.
Comment by Redazione — September 15, 2007 @ 7:06 am
Interessante lo spunto che offre Paolo M. Gli interessi esistono, fanno parte della natura umana. La modernità li ha assunti come fondamento unico della società, nell’accezione individualistica o in quella collettivistica.
Ne scaturiscono mediazioni derivate dai rapporti di forza ed equilibri perennemente instabili.
Credo che solo in una Comunità sovraordinata ed il cui cemento non siano gli interessi, gli stessi possano manifestarsi e comporsi senza diventare fattore di disgregazione.
Comment by armando — September 15, 2007 @ 7:41 pm