Claudio Risé, da “Tempi”, 26 luglio 2007, www.tempi.it

Nelle vacanze in famiglia, ci si accorge meglio di alcune cose. Per esempio della curiosa repubblica degli adolescenti, nella quale i figli entrano in realtà quando sono ancora bambini, ed escono solo parzialmente, se tutto va bene, verso la fine delle scuole superiori. E’ un fenomeno molto nuovo, sul quale riflettiamo ancora poco, limitandoci a deplorare gli eccessi, o le stupidità, dei ragazzi, ed a chiederci perché avvengano.
Infanzia ed adolescenza, naturalmente ci sono sempre state, ed hanno sempre avuto, oltre ad aspetti bellissimi, manifestazioni in buona parte irritanti e incomprensibili per gli adulti. Esse derivavano sia dall’interesse per la scoperta e la sperimentazione che è proprio dell’adolescente, sia dal fatto che egli vive in un mondo, già in parte diverso da quello in cui si sono formati i genitori, che anticipa le inquietudini e i cambiamenti di domani. Se a questo si aggiunge la necessità dei ragazzi di confrontarsi con i grandi, il loro bisogno (anche inconscio), di metterne alla prova il modello educativo, in modi spesso reattivi e molto immediati, la tradizionale miscela esplosiva dell’adolescenza è pronta.
A tutto questo, però, oggi si è aggiunto dell’altro. Vale a dire la formazione e organizzazione, ad opera della stessa società degli adulti, e con fini in gran parte commerciali, di una società degli adolescenti quasi completamente separata dalla loro. Un gigantesco e pluriennale paese dei balocchi, nel quale le comunicazioni col mondo adulto sono estremamente ridotte, ed irrilevanti. Tranne con una serie di “opinion makers”, di opinionisti che sono anche organizzatori e protagonisti di questo mondo adolescenziale, un po’ come il gatto e la volpe nella storia di Pinocchio. Pubblicitari, responsabili dei palinsesti televisivi, star del mondo dello spettacolo, ma anche capi politici legati al mondo giovanile (leader di centri sociali, “disobbedienti”, organizzatori di siti internettistici diretti a quella fascia di età), tutti costoro possono uscire dalla nube di disinteresse che inghiotte, agli occhi degli adolescenti, il mondo degli adulti, ed aprire un banco vendita nel paese dei balocchi dei ragazzi.
Caratterizzato, per la gran parte, appunto dall’etica del disimpegno e della deresponsabilizzazione che vi viene proclamata, in quello di Collodi, come in quello attuale. Una società dei consumi non controllata da una direzione politica dell’educazione è in gran parte responsabile della costituzione di questo mondo adolescenziale autoreferenziale, che anziché scrutare i percorsi della crescita si avvita narcisisticamente su se stesso.
La famiglia confusa e spesso divisa (anche quando i genitori rimangono magari insieme, ma senza una vera unità di intenti educativi), contribuisce in modo decisivo a questa apartheid giovanile, scelta dai ragazzi per pigro edonismo, ma che rischia col diventare rapidamente emarginazione dal mondo reale.
Decisiva però, nella vittoria del mondo dei balocchi, è la scuola. Educazione e apprendimento infatti sono antagonistici al mondo dei balocchi, in cui si scivola appunto non andando a scuola. Oppure quando è la stessa scuola a travestirsi da mondo dei balocchi. In entrambi i casi si sviluppa una regressione, il costo più alto della quale viene pagato proprio dai clienti del luna park giovanile: i (solo apparentemente spensierati) ragazzi.