Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 9 luglio 2007

Si avvicinano le vacanze, amatissime e pericolose. Meglio pensarci prima per evitare la sindrome da ferie, molto frequente e tutt’altro che semplice. Si può manifestare apertamente anche in piena vacanza, a volte costringendo a ritorni precipitosi, o comunque a rapidi mutamenti per evitare peggiori danni. Il primo sintomo è una delusione: le ho tanto aspettate, ed è tutto qui? Lo sguardo severo che accompagna il: “tutto qui”, è in grado di cancellare ogni fascino da qualsiasi bellezza.
Le spiagge ci sembrano torride, le montagne inospitali, gli indigeni antipatici (troppo scostanti, oppure troppo invadenti), insomma non riusciamo a sopportare nessuna situazione, e tanto meno ad amarla. Questo aspetto del malessere da vacanze ci può aiutare ad individuare il primo modo per non caderci: non idealizzarle.
Il rischio è che diventino come un amante troppo desiderato, da cui ci si aspetta che metta a posto tutto quello che non funziona nella vita affettiva di una persona: impossibile, chiunque lui, o lei, sia.
La vacanza non può ripagarci di tutte le fatiche, gli stress, le ferite psicologiche accumulate in un anno di lavoro. Non dobbiamo guardare a questo periodo come ad un risarcimento della fatica di aver lavorato: sia perché sarebbe impossibile, sia perché già questo è un atteggiamento depressivo, che con ogni probabilità genererà altra depressione. Non sono le frustrazioni della vita quotidiana, e del lavoro, che le vacanze possono cancellare o riparare, ma, semplicemente la stanchezza.
Le vacanze possono riposarci, e ricaricarci, quello sì. Cambiare la visione delle vacanze da momento magico, che cancelli tutto ciò che non ha funzionato fino ad allora, a rigenerazione e ritrovamento di nuove forze, ci aiuta anche ad evitare altri errori, nella loro progettazione.
Il più grave di questi sbagli è la sopravvalutazione delle proprie forze. Cambiare il luogo dove si sta, vedere altri spazi ed altre persone, cambiare orari e cibo infatti non è solo corroborante. E’ anche molto faticoso: il jet lag, lo stordimento provocato dal cambiare fuso orario, è soltanto il sintomo più evidente di come il nostro corpo (oltre alla nostra psiche) fatichi a cambiare luogo, e reagisca in vari modi. Spesso spiacevoli, come i frequenti disturbi intestinali, che aumentano di intensità con la distanza messa tra il luogo di vacanza, e la nostra residenza abituale.
E’ dunque importante, nel programmare le vacanze, ricordarci che la loro faticosità tende ad aumentare più lontano si va, esponendo il corpo e la mente a quello stress del cambiamento che tutta la letteratura sulle vacanze (oltre naturalmente alla pubblicità) tende a tacere. La fatica fisica e psichica è infatti uno dei principali fattori che può scatenare la depressione da ferie, con ansia di ritorno alla vita abituale, ancora nel bel mezzo della vacanza.
L’attenzione a non esagerare con lo sforzo ci porta infine alla terza caratteristica della vacanza ben fatta: lo spazio per il riposo. Come sapevano perfettamente i romani dell’età classica, vacanza deve essere soprattutto otium, assenza di fatica, di traffici, di attenzioni, che sono invece al centro del lavoro, il negotium della vita quotidiana.
Ecco perché le vacanze superorganizzate, nelle quali si conosce un sacco di gente, si fanno moltissime cose, non si sta mai fermi a guardare per aria senza pensare a nulla, sono piuttosto rischiose. Perché la vera vacanza per il nostro corpo-psiche è, invece, proprio guardare per aria senza pensare a nulla. L’otium dei nostri antichi padri, un arresto del fare di cui abbiamo enorme bisogno.