Claudio Risé, da “Tempi”, 5 luglio 2007, www.tempi.it

Si cominciò con “Le brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive vanno dappertutto”. Da lì in poi la fortuna, mediatica e pubblicitaria, delle “cattive ragazze” non conobbe più limiti. Ormai, ogni settimana c’è una nuova “cattiva ragazza”, o bad girl, che ci guarda con aria ostile da un manifesto che ci informa che “bad girl” compra la tal marca di occhiali, o indossa quegli stivali, o compra qualche altra cosa. Chissà se i pubblicitari, pazzi per queste cattive ragazze, sono davvero sicuri del fatto loro.
Perché, a vederle così, scontrose, pallide, con aria insieme presuntosa e scontenta, queste bad girls sembrano piuttosto la celebrazione di quanto la donna “cattiva” sia infelice. Naturalmente la donna “cattiva”, o “dark”, non è un’invenzione recente.
Nel cinema ad esempio, la “dark lady”, c’è sempre stata, ed ha anche avuto i suoi ammiratori. La Dietrich era dark, la Garbo un po’, Bette Davis quasi sempre. Ma a nessuno era mai venuto in mente che essere una dark lady, una donna cattiva, fosse un modo per essere felici. Era un modo di rubare gli uomini alle altre, di rovinarli, dominandoli e umiliandoli. Loro però, le dark lady, non è che invece di andare in paradiso, andassero comunque in situazioni attraenti: finivano al manicomio, o suicide, o comunque male.
Come del resto, da sempre, nella vita. Signore a volte famose che cercano di uccidere mariti magari miliardari, ma, come è noto, non va mai bene. O perché vengono scoperte prima, e vanno in prigione, o perché ci riescono, e allora va anche peggio.
Essere cattivi non paga, perché, come ogni filosofia ha sempre saputo, anche autonomamente dalla religione, è segno di squilibrio, è un tentativo di sistemare la situazione personale aggredendo o utilizzando quella di un altro, e questo crea dipendenza, fragilità, insicurezza, pericolo.
Nel delirio di scemenze venute di moda negli ultimi trent’anni non poteva però mancare anche questa, che essere cattive andasse benissimo, anzi fosse una specie di passepartout per la fortuna e il successo. Non importa che le cattive facessero dentro e fuori dagli ospedali psichiatrici, non riuscissero a disintossicarsi, venissero abbandonate da tutti. No: le ragazze cattive vanno dappertutto. E diventano (anche se non si sa per quanto) un’icona della moda, usata da marchi e pubblicitari a corto di idee.
Temo che questo “orgoglio della cattiveria”, come ogni altro tipo di “orgoglio”, di “Pride”, non porti fortuna e simpatia alle bad girls. E mi dispiace per loro: già così sfortunate ad essere cattive, e non potersi quindi godere il “paradiso” delle brave ragazze: affetti solidi e (quasi) sicuri, coscienze tranquille e pulite, occhi splendenti perché non hai granché da rimproverarti, e questo rende il tuo sguardo più attraente di qualunque rimmel da “dark lady”, per quanto sapientemente pennellato.
Su queste infelici creature, che spesso anche per sfortunate biografie personali (come sa bene lo psicoanalista), non conoscono la benedizione, dell’essere buoni, o almeno di sforzarsi di esserlo, si sta per abbattere anche il sicuro risentimento che sempre colpisce l’eroe negativo, quando i suoi laudatores perdono il senso delle proporzioni e rompono le scatole a tutti cantandone le risibili gesta.
Attente bad girls. Se proprio non potete smettere di essere cattive, almeno obbligate i pubblicitari a non utilizzarvi per vendere le loro scemenze. O vi troverete ad affrontare, oltre che la tradizionale ostilità delle vostre vittime, anche la furia di automobilisti e pedoni, stufi del vostro sguardo corrucciato insolente, che li perseguita mentre, la mattina presto, inaugurano sorridendo la loro giornata di ottimi madri e padri.