Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 2 luglio 2007

Attenti al successo. Visibilità e potere, per la verità, hanno sempre avuto costi alti. Negli ultimi decenni, persino nella politicamente correttissima Europa, diversi leader sono stati tolti di mezzo con la violenza, dal primo ministro svedese Olof Palme, a quello italiano Aldo Moro. Adesso, però, anche i vertici economici, finora più tranquilli, vivono nell’insicurezza. I più pagati del mondo ad esempio, i capi delle grandi multinazionali, sono i dipendenti più esposti al licenziamento.
Un Chief executive officer (Consigliere Delegato) su sei l’anno scorso ha perso il posto per licenziamento, e la loro durata al vertice del potere aziendale, in Europa, non arriva ai sei anni. La motivazione più frequente della cacciata sono i “cattivi risultati” raggiunti. Questo non significa che le grandi aziende multinazionali navighino in pessime acque, bensì che gli obiettivi da ottenere vengono continuamente spostati all’insù, rendendo sempre più difficile raggiungerli, anche ad amministratori che uno o due anni prima si erano dimostrati molto brillanti.
Tutto ciò dà alla vita dei potenti dell’industria e della finanza un andamento altalenante, che li vede passare dagli allori, e denari, dei primi brillanti risultati, alla frustrazione di non riuscire a farli continuamente crescere, ed al timore della conseguente cacciata.
Di solito i problemi innestati da queste montagne russe del successo non sono tanto di tipo economico. Negli anni favorevoli infatti questi personaggi accumulano tali guadagni, tra stipendi, distribuzione di azioni gratuite, benefits di vario tipo, da potersi assicurare una buona situazione economica anche per gli anni più grami. Il problema è soprattutto psicologico: non è semplice passare in pochi anni dallo status di “vincente”, di rilievo e rinomanza internazionale, a quello di un clamorosamente perdente, spesso ancora giovane.
A volte poi, sui guadagni e lo status degli anni buoni, è stato costruito tutto uno stile di vita: case e indirizzi di prestigio, mogli altrettanto visibili ed esigenti, educazione e stile di vita dei figli ai massimi livelli. Tutte cose difficili da mantenere, non solo dal punto di vista economico, ma anche psicologico, quando il vento comincia a girare in senso contrario.
Questa precarietà dei leggendari Ceo, il massimo traguardo della società postindustriale, fa di loro e delle loro famiglie un gruppo multiforme e cangiante, in continuo movimento tra un’azienda e l’altra e un paese e l’altro, con famiglie al seguito impegnate ad assorbire i traumi dei periodici urti contro gli scogli di queste vite dorate, ma difficili.
La prima dote richiesta a questi condottieri dei nostri giorni è così un gran sangue freddo. Il che modifica anche il tipo di formazione che le grandi aziende sempre più spesso richiedono ai loro candidati capi. Torna ad essere così apprezzata da molte istituzioni economiche, soprattutto nei paesi anglosassoni, una formazione anche nell’esercito, magari con esperienze di “prima linea”, in qualche zona calda della politica internazionale. Ciò sia per verificare l’attitudine al comando e al gioco di squadra, ma anche per vagliare la tenuta di nervi, e la capacità di adattarsi a situazioni che possono mutare velocemente.
Un’altra richiesta che ritorna, dopo un lungo periodo in cui si chiedeva una formazione tecnico-scientifica, è oggi anche una conoscenza delle materie umanistiche, con particolare riguardo alla storia, e soprattutto alla filosofia. Per affrontare i periodi “down”, difficili, e trasformarli in brillanti risalite infatti, l’una e l’altra servono molto.