(Di Gioia Palmieri, dal “Giornale del Popolo”, 8 giugno 2007, www.gdp.ch)

Lo spinello accende la delinquenza giovanile

Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita. Il libro denuncia di Claudio Risé che raccoglie tutti gli allarmi, gli studi, i dati scientifici e statistici della comunità internazionale sulle droghe “leggere”.

Per la maggior parte dei teenager accendersi uno spinello è come scolarsi una pinta di birra, con la differenza che coloro che alzano il gomito non sono di certo accompagnati da quell’aura fascinosa e affascinante del fumatore di cannabis. Un po’ perché questo rievoca quell’atmosfera, mai fuori moda, del contestatore sessantottino. Un po’ perché la fumata sembra favorire la fratellanza e promuovere l’appartenenza alla comunità.
I politici, i personaggi noti, la stampa e gli scienziati che per decenni hanno avvallato questa “leggenda rosa”, cioè che la cannabis sia una droga leggera e dagli effetti blandi, oggi si ritrovano finalmente smentiti, in minoranza.
Claudio Risé, psicoterapeuta milanese, ha raccolto in una recente pubblicazione Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita, ed. San Paolo, tutti i dati scientifici, statistici e sociali che denunciano i devastanti effetti delle droghe leggere e le relative prese di posizione da parte di associazioni, enti e organi istituzionali nei vari livelli locali, europei e internazionali.
«A partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi c’è l’unanimità della comunità scientifica sulla pericolosità della cannabis, non più negata da nessuna istituzione», ha spiegato lo psicoterapeuta al GdP. «Queste sostanze sono altamente pericolose per la psiche e per il fisico e le varie scienze lo hanno dimostrato ampiamente. Il consumatore di cannabis è ormai, in gran parte dei Paesi europei, il secondo cliente dei presidi psichiatrici, come documento nel mio libro».
Uno dei maggiori motivi è dovuto al principio attivo contenuto nella cannabis, il tetracannabinolo (THC), che negli ultimi anni è passato velocemente dal 2 al 20%, con effetti devastanti sull’equilibrio psicologico dei ragazzi, oggi i maggiori consumatori. Gli effetti che la droga “leggera” provoca nel fumatore abituale e in quello occasionale mostrano un ampio elenco di danni, documentati e denunciati nel libro, che vanno dai gravi disturbi cognitivi, all’iperattività, depressione, schizofrenia, difficoltà integrative, suicidio, sterilità maschile e femminile, danni al feto in gravidanza, demotivazione scolastica, oltre all’esponenziale aumento dell’aggressività. «Una delle principali cause che riguardano l’aumento della delinquenza fra gli adolescenti è legata al consumo di droghe “leggere”», continua Risé.
Cannabis e violenza giovanile sono infatti il binomio devastante che ha portato ad una vera e propria inversione di marcia nella politica legislativa e informativa di diversi Paesi nei confronti delle droghe leggere. Come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, la Spagna e molti altri Paesi oltre al nostro. Ma i casi più eclatanti di retrofront, come spiega il volume, arrivano dal Regno Unito e dall’Olanda. Quest’ultima, grazie alla liberalizzazione e alla “fondazione” dei Coffee Shops si è vista triplicare il consumo delle droghe leggere dal 15 al 44%, soprattutto fra i giovani. Nel 2005 ha pubblicato uno studio dell’Istituto Nazionale di Salute Mentale e Dipendenza che «segnalava il preoccupante aumento di richieste di trattamento terapeutico per cannabis» e la crescente presenza tra i consumatori di problemi di comportamento legati all’aggressività e alla delinquenza.
Quest’anno le varie ricerche sulla marijuana, pubblicate a partire dal 2005 dal Dipartimento della Salute inglese, hanno portato il quotidiano “Indipendent” a fare un vero e proprio ribaltone: «Cannabis, scusateci», titolava la prima pagina del 18 marzo. La testata londinese che aveva fatto della depenalizzazione delle droghe leggere un cavallo di battaglia, ha recitato il “mea culpa” di fronte alle violenze e al disastro sociale causati dalla marijuana nel Regno Unito.

DIPENDENZE: IL RUOLO DEL PADRE E’ DECISIVO

Dottor Risé, perché la scelta di scendere in campo con un libro sui pericoli della cannabis?
Perché non esisteva in lingua italiana un libro che li esponesse in modo divulgativo, con un preciso riferimento a tutte le ricerche scientifiche svolte fino ad oggi. Questa mancanza di informazione, che lascia questa materia nel campo delle opinioni, (mentre si tratta di realtà sperimentate e provate), è molto pericolosa, in particolare per i giovani.
L’ho scritto dunque, perché sentivo il dovere di compiere un servizio socialmente utile e assolutamente urgente.

È vero che ha ricevuto minacce di morte?
Sì, è la prima volta che mi capita. Eppure ho fatto molte battaglie. Ho ricevuto molti messaggi intimidatori e di morte sul mio blog. Questo conferma che la cannabis non è una droga leggera.

Se la comunità scientifica è unanime nel sostenere gli effetti devastanti delle droghe leggere, come fa a sopravvivere ancora la “leggenda rosa”, denunciata da lei nel suo libro, secondo cui la cannabis è una sostanza innocua?
I trafficanti di droga sono molto interessati alla popolarità della cannabis sia perché è la droga più consumata nel mondo, sia perché è il principale veicolo verso le altre sostanze. Per questo investono enormi risorse sulla sua diretta reclamizzazione “culturale”, ottenendo ottimi risultati.

Nel libro sostiene che una delle cause che accompagna i giovani alla droga è legata alla “scomparsa dei riti d’iniziazione”. Cosa intende esattamente?
Come spiego nel libro, i giovani sono abbandonati alla ricerca di propri e individuali riti di passaggio. Tutto ciò rende loro difficile “disimpastarsi” da una situazione familiare incapace di realizzare quei momenti di separazione necessari per il conseguimento di una maturità cognitiva, affettiva e relazionale, caratterizzata dalla rinuncia alla dipendenza e al bisogno, e dalla capacità di tollerare le frustrazioni per meglio definire il proprio desiderio di un progetto di vita.

Questo è uno dei motivi per cui il consumo di cannabis è legato ai casi di delinquenza giovanile?
Come mostra la letteratura etnografica e antropologica, una funzione delle pratiche iniziatiche puberali era quella di insegnare ai giovani come conoscere e indirizzare positivamente l’aggressività. I risultati di questa rimozione si vedono.
Le cronache della distruttività giovanile illustrano perfettamente questa situazione. Le devastazioni degli stadi, gli stupri di gruppo, i comportamenti sessuali violenti e illegali sono, nella stragrande maggioranza dei casi, commessi sotto gli effetti della cannabis, come spiego nelle mie ricerche.

Per questo il ruolo della famiglia e in particolare del padre sono fondamentali?
La separazione e il divorzio sono un fattore di rischio. Statisticamente, nelle famiglie unite la diffusione della cannabis è minore. La famiglia dovrebbe fornire un’informazione precisa ai giovani sui rischi di questa droga. Decisivo poi è testimoniare ai figli l’amore e l’attenzione dei genitori, facendoli sentire partecipi di un’appartenenza importante, quella alla famiglia, disposta e impegnata nel difenderli dal rischio della droga e delle sue conseguenze.
Ma, come spiego nel libro, la figura paterna è centrale: allenamento all’incontro con la realtà spesso aspra, capacità di sacrificio, protezione rispetto ai pericoli e al rischio, sono elementi centrali di questa figura, che caratterizzano la sua testimonianza verso i figli.
L’assenza del padre causa l’incapacità nel ragazzo di sollevare lo sguardo senza timore verso la realtà, per incontrarla, facendone il fertile terreno del proprio progetto di vita. Se non insegna questo le prove verranno evitate e si formerà quella profonda disistima di sé che il giovane cerca di coprire ricorrendo alla cannabis.
Il padre si contrappone ad ogni tipo di dipendenza in quanto testimone di libertà, che insegna al figlio come evitare di essere schiavo di bisogni e dipendenze. È il custode che insegna ai figli a proteggere il proprio corpo.

Come prevenire o aiutare i ragazzi?
Una vasta e precisa informazione su rischi e danni, è decisiva. Ma anche il controllo dei nuclei antistupefacenti può essere indispensabile, soprattutto in situazioni già compromesse.
È anche importante che le istituzioni pubbliche forniscano alle famiglie, come sta facendo il Comune di Milano, la possibilità di accedere gratuitamente a test di verifica dell’uso di droghe.
La fiducia nei propri figli non deve comportare disattenzione nei confronti della droga, che è sempre più pervasiva di loro.