Droghe “leggere” e spinelli “innocui”? Un libro sbugiarda gli antiproibizionisti
(Di Nino Materi, da “Il Giornale”, 29 maggio 2007, www.ilgiornale.it)
Ecco i consigli per non perdere la testa e, a volte, la vita.
Già pare di sentirli: «Cosa scrive questo Claudio Risé? Gli spinelli non hanno mai ucciso nessuno. Perché lo Stato dovrebbe negare la libertà di farsi una canna? L’alcol fa più male e nessuno proibisce il vino…». Frasi pronunciate migliaia di volte da antiproibizionisti convinti, ma anche da chi – pur giurando di non aver fatto mai uso di droghe leggere – sostiene di difendere questa linea nel rispetto per le altrui «scelte di vita».
Poco importa che la cronaca registri episodi come quello di Vercelli, dove lo spinello fumato prima di guidare uno scuolabus è finito col costare la vita di due bambini innocenti; eppure per tanti – quella di farsi una canna – resta una personale «scelta di vita». Ma non tutti la pensano così.
«Scelte di morte» verrebbe invece da definirle allo psicanalista Claudio Risé, autore di Cannabis (Edizioni San Paolo), 185 pagine che svelano «tutta la verità» e denunciano «ciò che non viene detto» sulla premiata ditta «cannabis&spinello». Bugie, banalizzazioni e approssimazioni scientifiche che la documentazione, raccolta in collaborazione col professor Antonello Vanni dell’Università Cattolica, smaschera senza tralasciare alcun aspetto del fenomeno; una realtà di cifre che però rimarrebbe freddamente fine a se stessa, se ad animarla non ci fossero le storie di chi ha capito troppo tardi l’errore.
Drammi che, scrive Risé, portano i nomi di «Laura, Daniele, Paola, Sacha e tanti carissimi amici che, sulla strada nera della cannabis, hanno perso prima la testa e poi la vita». A loro Risé dedica il suo libro, senza scordare «i tanti altri sconosciuti che hanno subìto la medesima sorte» e quel «Vincenzo Muccioli, che ha speso la propria esistenza perché lo sterminio finisca».
In questa battaglia Risé non è solo. Con lui c’è il Consiglio Superiore della Sanità che ritiene «l’uso della cannabis gravato da pesanti effetti collaterali quali dipendenza, possibile progressione all’uso di altre droghe come cocaina e oppioidi, riduzione delle capacità cognitive, di memoria e psicomotorie, disturbi psichiatrici quali schizofrenia, depressione e ansietà; possibili malattie broncopolmonari ed enfisema».
E per chi è abituato a giocare con i numeri, ecco la sintesi del «World Drug Report 2006» dell’Onu, a firma di Ted Legget: «Con la cannabis non bisogna più basarsi sulle informazioni date da studi ormai vecchi, ma è necessario considerare ricerche nuove e aggiornate, che permettano di comprendere i motivi dell’impatto
emergente di questa droga sulla salute mentale».
Nino Materi
Leggi l’articolo da “Il Giornale” in pdf: link






Gentile Professore, seguo sempre con grande interesse il suo lavoro.
Vorrei chiederle: perchè nessun articolo, nessun interesse, per la vicenda dell’uomo che ha ucciso (presumibilmente) la moglie incinta?
E’ un evento che ha scosso tutti, e molti sono gli interrogativi che alla coscienza si pongono dinnanzi a fatti del genere, a uomini del genere.
Perchè non riflettere su un tipo di uomo così?
Si parla molto, in questo sito, dei disagi, o disastri, che può causare l’allontamento di un padre dalla famiglia?
Le domando, provocatoriamente ma non polemicamente: e che si fa quando l’uomo in questione è un tipo così?
Grazie, Maria.
Comment by maria — June 1, 2007 @ 11:41 am
Cara Maria,
con un tipo così bisognerebbe evitare di mettercisi.
Si tratta di un uomo evidentemente non cresciuto, mai distaccato
completamente dalla madre, che infatti aveva libero accesso in casa sua e
diritto di critica sull’operato della moglie.
A quelle critiche seguiva la sua reazione violenta e astrattamente
correttrice. Tu non sei come mia madre e quindi non vai bene.
Un uomo così non ha davanti a sè una moglie, un altro da sé da conoscere,
amare ed accogliere nella sua diversità.
Il rifiuto della vita e dell’altro come portatore delle sempre nuove prove
che nella vita ci attendono, e del relativo disordine che accompagna
inevitabilmente la vita che scorre, relegano l’essere umano nella solitudine
e nella follia. Con questi tratti ossessivi non si può scendere a patti, a
meno di rinunciare alla propria libertà, come la libertà di farsi un buco
nell’orecchio. Quando non va molto peggio, come in questo caso.
Guido Venturini
Comment by Redazione — June 2, 2007 @ 11:00 am
Caro Guido,
condivido tutto ciò che lei scrive. Anch’io penso che le donne hanno la responsabilità, verso se stesse prima e poi (in ordine cronologico) verso i figli, di riflettere sull’uomo con cui decidono di iniziare una relazione.
Tipi del genere sono evidentemente degli immaturi le cui azioni degenerano poi nella patologia.
Ciò che volevo rilevare -ripeto, senza polemica- è come sia scorretto, dal mio punto di vista, sostenere che le più gravi difficoltà che oggi le famiglie vivono siano legate all’ “espulsione” del padre dalla famiglia stessa, e dalla società in senso lato.
E’ vero che la figura paterna ha perso il suo antico ruolo, è vero che spesso le donne assumono atteggiamenti sbagliati e forse troppo maschili, che generano negli uomini paura, allarme, insofferenza.
Tuttavia, personalmente ritengo che “espellere” dalla famiglia, e anche dalla vita dei figli se ciò può costituire un concreto e forte pericolo, un uomo del genere sia l’unica scelta possibile in certi casi.
Ovviamente, quella migliore si sarebbe dovuta fare all’origine, non iniziando una storia.
Grazie per l’ascolto.
Comment by maria — June 2, 2007 @ 5:03 pm
I ruoli, paterno e maschile, sono già molto compromessi in un uomo dispotico e bisognoso come quello di cui stiamo parlando. Non mi pare che si possa parlare di espulsione del padre. L’espulsione del padre, come figura di amore e di autorità, è già avvenuta in precedenza, nella sua storia, fuori e dentro di lui.
Guido
Comment by Redazione — June 2, 2007 @ 5:40 pm