Claudio Risé, da “Tempi”, 19 aprile 2007, www.tempi.it

La settimana santa ci ha riportato a contatto con le nostre forze e debolezze di uomini e di donne, e, più in generale, del nostro maschile e del nostro femminile, presente in varie forme in tutti noi. L’umano (ma anche il maschile) di Gesù che muore sulla croce, per gli altri; quello impaurito dei discepoli che fuggono; il femminile desolato ma saldo delle donne che invece restano, a distanza; quello devoto e legato ai riti e tempi della vita e della morte che ne cercano il corpo, entrano nel sepolcro vuoto, ascoltano l’angelo, si spaventano, ne annunciano comunque la Resurrezione.
Questi fatti sono stati approfonditi, dal Papa, e da altre figure della Chiesa, come rivelatori di una grandezza, nella differenza sessuale, che ci sta di fronte e ci interpella. Si tratta di una promessa di incontro fecondo tra uomini e donne, ma anche della possibilità di fondare un pieno sviluppo, in ogni persona, e nella società, valorizzando appieno le vocazioni di queste due fondamentali componenti dell’umano.
Fu quel testo pieno di grazia di Dio che è la Lettera ai Vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna, presentato dall’allora Cardinale Ratzinger nell’ottobre 2004, che riportò la Chiesa cattolica al centro di un dibattito importantissimo, ma anche infestato da elementi ideologici e strumentali. E’ il dibattito sul maschile e femminile, gli uomini e le donne, le loro specificità e le loro differenze.
In questo confronto, che ha segnato gli ultimi decenni del novecento e l’apertura del nuovo millennio, sono presenti grosso modo due posizioni. Nella prima, dominante, che ispira in qualche modo lo sguardo sulla sessualità del modello culturale relativista, gli uomini e le donne non sono portatori di differenze psicologicamente significative, al di là del lato biologico, superabile dallo sviluppo scientifico e dell’ingegneria genetica. Le differenze manifestatesi storicamente sono esclusivamente il frutto dei diversi rapporti di potere, modificando i quali è raggiungibile non solo la naturale eguaglianza tra i due sessi, ma la loro sostanziale identità nell’esprimersi e nell’essere, che dovrebbe portare rapidamente ad una radicale interscambiabilità.
Questa visione, politicamente trasversale, appoggiata da sinistra e da fasce della destra che si autodefiniscono liberali, è stata, ed ancora è, importante nella posizione femminista (nel frattempo mutata in quanto incorporata, da movimento di opposizione che era, a forma della gestione del potere, rimasto peraltro in gran parte maschile).
L’altra posizione, ritiene invece che maschile e femminile siano portatori di una differenza profonda, che contiene, in quanto legata alla vita, enormi possibilità di sviluppo, ed anche specifiche sfide, o debolezze. Questa riflessione è stata presentata inizialmente dalla Libreria delle donne di Milano, e dalla filosofa Luisa Muraro. Dagli anni 80 è poi cresciuta anche tra gli uomini, prima negli USA poi anche in Europa, soprattutto nel campo junghiano, che ha sempre considerato le diversità dei due aspetti come fondanti lo sviluppo della personalità.
Il contributo della Chiesa approfondisce in modo decisivo questa riflessione in ognuno di noi.