Claudio Risé, da “Tempi”, 5 aprile 2007, www.tempi.it
Perché non potrei drogarmi liberamente? Perché non separarci e divorziare quando ci pare? Perché mai sposarsi, ed essere fedeli? Queste domande grandinano da lettori stupefatti dalla franchezza delle proposte del “buon selvatico”. In molti è evidente l’irritazione per la denuncia dell’imbarazzante nudità del Re di tutte le finte liberazioni. Alcuni però sono sinceri. E stupiti che ci si possa richiamare ai saperi elementari del “selvadego”, dell’ordine naturale del creato, e contemporaneamente a quelli culturali del contenimento, della misura, del rispetto di sé e dell’altro. Eppure le due cose procedono di pari passo.
Il più forte degli istinti è quello di autoconservazione, proprio quello che ti spinge a buttar via la siringa, ed anche il fumo. Gesti che non derivano tanto da un’autorepressione, ma da un autoascolto: amati perché meriti di essere amato.
Un sentimento elementare, lo stesso che spinge il contadino stanco dal lavoro ad andare a letto presto la sera. Un richiamo, istintivo, naturale, che l’abitante della metropoli sente poco, perché si è stancato meno fisicamente, e si è invece eccitato molto mentalmente, intellettualmente. E’ rimasto nella mente, e non nei piedi, o nel cuore, per tutto il giorno, e adesso non riesce a dormire, e vorrebbe continuare a rimanere nella mente, nell’immaginazione: la TV, i film, i giochi di ruolo, anche la droga. Qualsiasi cosa, pur di non uscire dalla testa e rientrare nel corpo, nei sentimenti elementari che chiedono solo di essere accolti, nella stanchezza che chiede solo di essere ascoltata.
I disordini affettivi, le “libertà” di costruire le nostre infelicità senza badare alle sofferenze nostre e altrui, vengono dallo stesso atteggiamento di onnipotenza intellettuale. Che non ha a che vedere, a mio parere, con lo strapotere del desiderio. Dietro il desiderio c’è sempre un cammino, c’è in fondo una strategia, che porta al di là, fuori dall’autocontemplazione, e verso un incontro, magari drammatico, con l’altro. Qui siamo più nell’ambito del capriccio, della pretesa infantile, dell’“erba voglio” come disperato rifiuto di fare i conti col mondo, con gli altri, col limite, con la morte.
Lo specchio di Narciso è qui usato più come barriera, per non vedere cosa c’è oltre alla propria immagine fluttuante, che come strumento di riflessione, o anche di desiderio. Ed in questo giocare a mosca-cieca coi capricci, nostri e altrui, in questo afferrarsi e perdersi, senza vedere al di là, si lacera la trama forte della vita: gli affetti trovati alla nascita, e quelli costruiti giorno per giorno, faticosamente, attraverso emozioni condivise, passioni comuni, ricordi, gioie e dolori. Tutte cose che richiedono, prima ancora di agire, un ascoltare profondo, del cuore: il nostro, e quello dell’altro, degli altri, quello della persona amata, quello dei bambini, dei vecchi.
Per ascoltare il cuore però, e le sue ragioni profonde, occorre zittire la mente, con le sue ragioni fredde, superficiali. Ideologiche.






Forse il drogarsi ha a che fare con la fuga dal limite, nell’infinita fantasia della mente. Ma difficilmente chi si rifugia nella mente nuoce agli altri. Per rendere violento il delirio di onnipotenza, sono proprio le azioni concrete nel reale a tramutare un desiderio che non trova il limite dell’altro in un devastante processo narcisistico, in cui l’altro fisicamente esiste, manipolato, controllato e soggiogato nel concreto al proprio io, che lo ha reso oggetto della propria volonta’. Questo infrangere il limite e’ istintivo viscerale e molto poco mentale. Concreto come non mai, violento, agisce realmente. Chi ascolta spesso tace e usa la mente. Raramente chi usa la mente viola il limite dell’altro, perche’ ne ha una immagine molto profonda proprio nella mente.
Comment by marco baldassari — April 9, 2007 @ 4:04 pm
I grandi disastri umani (le ideologie dell’otto-novecento ad esempio), sono nate prima come prodotti della mente, dalla quale si sono trasferite nella storia in cerca di vittime, schiavi, seguaci. Anche nell’attuale uso di droghe c’è un aspetto ideologico molto forte, sia prima, che dopo che si instaurata la dipendenza (come riduzione razionalizzante della sua forza: posso smettere quando voglio). Non credo dunque che la fuga dall’esperienza del limite all’ “infinito” (o al delirio?) mentale, che ha certo molto a vedere con la droga, sia senza rischi, per sè, ma anche per gli altri (le incolveoli vittime dei drogati del sabato sera,. ad esempio). Il reale, l’altro della vita, la moglie, il capufficio, il figlio, il padre, limitandoti, curano il tuo onnipotente narcisismo infantile. Sul quale la realtà vince sempre (non la puoi sempre, e tutta, manipolare), perchè è più ampia, articolata, e di lunga durata. Claudio
Comment by Redazione — April 9, 2007 @ 6:01 pm
Dico che le ideologie non sono tanto un prodotto della mente, quanto un condizionamento delle azioni reali e concrete di persone che, manipolate dall’ideologia, smettono di pensare e si rifugiano in una scissione concreta del proprio io, nella esistenza reale. La droga permette questa scissione nella vita reale e non a caso i drogati vanno in discoteca a sballarsi insieme agli altri, che diventano oggetti.
Chi usa la mente, puo’ rischiare di essere troppo in se, troppo gnosticamente preso dalla propria mente, ma non ha bisogno ne della droga ne di agire contro gli altri. Anzi, chi usa la mente ha ben presente gli altri ed essendo piu’ riflessivo e’ meno automatico nelle azioni, meno schiavo delle ideologie e dei condizionamenti del pensiero unico.
Comment by marco baldassari — April 10, 2007 @ 8:49 am