Claudio Risé, da “Tempi”, 14 dicembre 2006, www.tempi.it

Sui muri di Brescia e provincia campeggiano due inquietanti manifesti, stampati e affissi a cura delle istituzioni locali. Nel primo appare una ragazzina pre-adolescente con una benda su un occhio e la scritta: «Gli occhi neri sono del padre». Nel secondo si vede un ragazzino che aggredisce una coetanea, e la scritta dice: «Lo fa anche papà». Manca un terzo manifesto, con l’immagine del padre che dopo un anno di lavoro, firma le dichiarazioni fiscali che consentiranno alle istituzioni promotrici della campagna (comitati per le pari opportunità, Comunità della valle Trompia, comuni vari, CGIL CISL e UIL), di prelevare dai guadagni frutto della sua fatica, i fondi per finanziare una campagna che lo dipinge come brutale aggressore.
Qual è lo scopo dei manifesti? Il titolo sopra le immagini dice: «Campagna contro la violenza maschile contro le donne». Ma è questo lo scopo? Non sembrerebbe proprio. Se davvero si vuole isolare, nel grande fenomeno della violenza tra i due generi (che vede drammaticamente i due sessi quasi alla pari: 53% di violenza maschile contro 47% di violenza femminile), quella degli uomini, non sono certo i padri che guidano le statistiche. In testa agli episodi di violenza troviamo categorie forse in difficoltà ancora maggiore, e minor equilibrio, rispetto ai padri: immigrati senza permesso, adolescenti provenienti da famiglie spezzate o dove il padre è assente, ex mariti cacciati di casa da una separazione-divorzio. Questi ultimi, è vero, a volte sono anche padri: ma più che il potere del papà è l’impotenza dell’emarginato che spinge (certo in modo infantile, tipico di un maschile debole), la loro mano.
Questi padri dei manifesti, che fanno gli occhi neri a figlie che nella realtà sono giustamente protette da tutta una rete di difensori, dai carabinieri agli assistenti sociali ai tribunali dei minori, sono soprattutto illustrazioni di quella “leggenda nera” sul padre che oggi è la vera promotrice di violenza, contro le donne, ed anche contro gli uomini. Come provano i dati del Bureau of Census americano, il 60% degli stupratori, ed il 72% degli adolescenti omicidi è cresciuto in case senza padre. Su 12 studenti violenti, 11 sono cresciuti senza il padre, contro 1 che ce l’aveva.
L’odio contro il padre, e le campagne che lo diffondono, come questa, promuovono violenza. Come fa, nella sua rozzezza semantica, anche il secondo manifesto, quello dove un ragazzo aggredisce una ragazzina dicendo: «Lo fa anche papà»! Vuole essere una deplorazione, ma all’adolescente che guarda può anche sembrare un’apologia del machismo. Il messaggio, come sempre nelle operazioni non autentiche e confuse, è ambiguo e produce malessere.
Il padre (la cui assenza e discredito sociale generano disagio e violenza), è presentato come un ossesso che fa occhi neri e aggredisce ragazze inermi. Però è anche il modello, seppure negativo, del giovane maschio. La confusione regna alle Commissioni Pari Opportunità. Ma sono i giovani a farne spese.