Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 13 novembre 2006

Come risvegliare nei giovani la passione per il sapere, e negli adulti quella di trasmetterlo? E’ questa la grande emergenza, non solo politica, ma innanzitutto psicologica, di molti paesi europei, tra i quali l’Italia. Il rettore del Politecnico di Milano, Ballio, ha ricordato che con la riduzione dei fondi per la ricerca si rischia di interrompere la trasmissione di saperi fondamentali (anche tecnici e scientifici) per la continuazione dello sviluppo.
Il deterioramento, però, del livello di cultura in molti paesi europei, comincia da livelli assai più bassi. La Camera di Commercio di Berlino, ha rilevato, nei colloqui e test con giovani in cerca di lavoro, una situazione generale di «deficit educativi e nell’istruzione generale, persino nel calcolo elementare, nella lettura e nella scrittura». La verità è che molti giovani della vecchia Europa non riescono a mantenere una vera e propria alfabetizzazione. E i veloci, e disastrosi, test di cultura generale che i giornalisti televisivi delle Iene hanno posto ai deputati, ci fanno sapere che è possibile, pur senza una cultura, arrivare ai vertici dello Stato. Che non potranno, tuttavia, non essere indeboliti da queste gravi lacune di conoscenza dei suoi rappresentanti.
A rendere ancora più grave la questione è però l’effetto psicologico che questa ignoranza ha sulle persone. Il giovane (ma anche l’adulto), che non possiede conoscenze indispensabili ad affrontare la vita non si stima. Questa disistima può essere conscia, consapevole, e darà allora luogo ad un fondo depressivo (malessere comune nei giovani d’oggi), che la persona cercherà magari di colmare con l’assunzione di sostanze intossicanti, siano euforizzanti come l’alcool o la cocaina, o inizialmente rilassanti come la cannabis e i suoi derivati. Se invece la disistima non viene riconosciuta a livello consapevole, l’individuo la percepirà comunque dall’inconscio, e cercherà di coprirla con immagini grandiose di sé e della propria riuscita. Che però, non fondate su reali competenze, saranno poi smentite dalla vita, e alimenteranno autentiche produzioni paranoiche.
L’individuo, gradualmente emarginato, fantastica di avere straordinari talenti, mettendo sempre più a rischio la sua vita pratica quotidiana. Ne risulta un danno individuale, ma anche collettivo, perché sempre più persone diventano sostanzialmente improduttive, o manifestano la loro attività in modo deviato, o violento. Anche molti fenomeni criminali, individuali o collettivi, nascono da una carenza di formazione culturale.
Come rovesciare questa preoccupante tendenza? Non c’è una ricetta univoca, dato che le origini sono molteplici: il degrado della scuola, la crisi della famiglia, e la riluttanza dei “maestri”, insegnanti, genitori, od opinion makers che siano, a fornire opinioni e direzioni sul “senso”, il significato della vita, la base su cui poi si costruisce tutto il sapere. Importante però è riportare nel campo dell’istruzione e formazione una ventata di vitalità, che, più che dal semplice aumento delle spese, viene dallo spirito della competizione e della gara.
Come spesso accade, il consiglio più psicologicamente acuto è venuto da un economista, il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Occorre che l’Italia rafforzi la competizione tra scuole e università, come hanno già fatto Svezia, Finlandia, Regno Unito, ottenendo risultati che si contrappongono al declino culturale e scientifico d’Italia, Germania e Francia.
Il gusto per la vita, e per i suoi saperi, passa da quello della competizione. Senza la quale è solo stasi, e noia.