Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 6 novembre 2006

Nessuno è senza peccato. Infatti le grandi tradizioni religiose hanno tutte pensato ad una “colpa originaria” da cui discendono gli aspetti difficili della vita umana. Nessuno di noi è innocente. Allora però, appare più chiaro il danno e l’inconsistenza delle campagne moralistiche per condannare i lontani peccati di qualcuno. L’ultima vittima, sul piano individuale, di queste campagne “virtuose”, è il filosofo Jürgen Habermas, accusato di essere stato, da ragazzino, nazista. L’accusa di non essere innocenti, però, fa anche vittime collettive. Ne è colpito da sempre, ad esempio, il popolo napoletano, periodicamente accusato di ataviche colpe, da cui discenderebbero le sue attuali difficoltà. In questo caso è un gruppo, anziché un individuo, che, come ogni capro espiatorio, non è ammesso a godere della pietà dei pubblici accusatori. Ma torniamo per ora all’individuo, dove è più chiaro il gioco.
Habermas è uno dei maggiori pensatori moderni, l’ultimo allievo della prestigiosa scuola di Francoforte, e l’unico di essa ad individuare con equilibrio i punti di forza, e di debolezza, della postmodernità. E’ certamente, una risorsa importante per un’epoca che ha sete di maestri, e di uomini dal pensiero rigoroso. Infatti, Habermas serve volentieri il suo tempo, tanto da non sottrarsi, lui laico, a ripetuti e fruttuosi confronti con Joseph Ratzinger, prima Cardinale, e poi Papa.
Ecco allora partire il getto di fango. Com’era accaduto qualche mese fa con un altro protagonista della vita culturale contemporanea, Günther Grass, che aveva ammesso di avere anch’egli, da giovane, partecipato all’avventura nazista. Quella confessione aprì un fiume inesauribile di recriminazioni, sia per l’adesione al regime (condivisa del resto con la quasi totalità dei tedeschi), sia per il non averlo detto prima. Insomma, per non essere “puro”, avendo collezionato due macchie: il non rifiuto in gioventù del nazismo, il silenzio dopo. Che Grass fosse uno scrittore, e non un predicatore di santità, e che la materia prima su cui lo scrittore lavora è la vita, a partire dalla propria, fango compreso, passò pressoché inosservato, in pagine e pagine di atti d’accusa, e deplorazioni per non essere un’altra persona.
Il caso di Habermas è ancora più aberrante. Il filosofo, infatti, non aveva mai nascosto di aver partecipato, da ragazzino, alla Hitlerjügend, la gioventù nazista. Cui del resto era obbligatorio partecipare, come ai nostri “Balilla”. Aveva però sempre negato l’esistenza di un suo biglietto ad un amico in cui vaticinava, alla vigilia della sconfitta, la vittoria del Reich. Biglietto che Habermas si sarebbe poi mangiato quando, molti anni dopo, l’amico gliel’avrebbe mostrato. Uno storico, Joachim Fest, ingolosito dalla “colpa” di Habermas ragazzo, telefonò all’amico in questione per sapere com’era andata. L’amico smentì. Fest mise ugualmente la storia in un libro, uscito in questi giorni. Ed ecco i giornali presentare un Habermas nazista testardo, che non si arrende neppure all’evidenza della sconfitta. Il filosofo ha querelato, ed ottenuto che il libro venga ritirato, e ristampato senza l’episodio falso. Ora si levano grida contro la libertà. Per molti, comunque, il fango su Habermas, confusamente rimane.
Anche questa storia (come le grida dirette, invece della solidarietà, contro i napoletani), ripropone il richiamo che quasi un secolo fa, Vilfredo Pareto, il più grande sociologo italiano, lanciava contro: il “mito virtuista”. Infarcito di delazioni e di ipocrisia, esso corrode il tessuto sociale e allontana dalla comprensione e dalla pietà.