(Camillo Langone, da “Il foglio”, 1 novembre 2006, www.ilfoglio.it)

Parli per lui, Berselli. Il glossatore modenese ha scritto “Venerati maestri” per avvisare che di maestri non ce ne sono più. Il punto di partenza è il paradigma di Alberto Arbasino: «In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro». Un bel pensiero splendidamente formulato che però tradisce un’eccessiva permanenza a Roma, la tomba delle muse. Edmondo Berselli considera Arbasino ancora troppo ottimista e si spinge a dire che oggi nemmeno i creatori giunti lucidi ai novant’anni, ad esempio Dino Risi, possono definirsi maestri. Che sono tutti, che siamo tutti, soliti stronzi.
Parli per lui, Berselli. La fine della storia di Fukuyama, la fine della poesia di Adorno e la fine della maestria di Berselli sono tre modi diversi per dire la stessa cosa: dopo di noi il diluvio, o il deserto. Seppellita dalle smentite, la reputazione dei primi due personaggi citati non si è mai più ripresa. Non vorrei che succedesse qualcosa di simile anche a Berselli, che scrive benissimo e che resta pur sempre uno di quei bravi ragazzi di Modena (i corregionali vanno trattati con riguardo, se cade Modena scricchiola Parma, temo). Mi ricorderò che il lambrusco è il mio vino preferito, farò finta di credere alla dedica lusinghiera vergata sulla mia copia del libro e, soprattutto, dimenticherò cristianamente il disappunto che mi ha colto quando non mi sono ritrovato nell’indice dei nomi. In televisione non glielo direi ma sulla stampa, che tanto non legge nessuno, deve valere l’amicus Plato sed magis amica veritas.
La verità è questa: i maestri esistono ancora, anzi, erano decenni che in Italia non ce n’erano così tanti e così meritevoli di venerazione. Non mi riferisco agli arcinoti vecchioni, agli Arbasino Buscaroli Ceronetti (ognuno ha il suo abc, questo era il mio) e giù per l’alfabeto fino a Zanzotto. Ho qui un elenco di maestri giovani (giovani come possono essere giovani i maestri, ovvio) e vigorosi e nuovi. Ma prima intendiamoci sul significato della parola. Io starei alla seguente accezione: “Maestro: chi distinguendosi per altezza di virtù, eccellenza e simile, si impone come modello, esempio da seguire”. Capisco che Berselli si trovi in un vicolo cieco, avendo in anni lontani eletto a modello Umberto Eco. Se ha sbagliato maestro che colpa abbiamo noi? Compatisco il cinismo del vecchio post-moderno, convinto che ormai si possano scrivere solo note a margine. Va benissimo anche il sottotitolo: “Un libro per ridere su una cultura da piangere”. Purché sia chiaro che si sta parlando della cultura promossa dai giornali dove scrive l’autore, per la precisione Espresso e Repubblica.
I miei nuovi maestri sono persone molto dignitose che non confondono la cultura col cabaret, che non fanno né ridere né piangere bensì pensare, come da statuto professionale. Si dividono in due categorie: gli Scortati e gli Eremiti. Gli Scortati sono coloro che si tuffano ogni giorno nel mondo infame che li vorrebbe morti e si chiamano Magdi Allam, Daniela Santanchè e Roberto Saviano. Gli Eremiti sono uomini che hanno preso la via jüngeriana del bosco e sono Mauro Corona, Giovanni Lindo Ferretti e Claudio Risé. Soliti stronzi questi? Solita talpa chi provasse a dirlo. Se c’è un filo che li lega è proprio l’originalità, l’insolitezza. Non è gente usuratasi nelle redazioni, dove alla fine ci si somiglia tutti. (Lo sa perfino Berselli che le riunioni di redazione sono il peggio del peggio per l’indipendenza intellettuale e se c’è qualcosa di utile nel suo libro sono i discorsi di Paolo Mieli: utile per far perdere altre copie al Corriere, ovvio).
Gli Scortati e gli Eremiti sono maestri freschi, l’anno scorso non ne conoscevo o non ne riconoscevo nemmeno la metà, due su sei, e vuol dire che questa è una stagione straordinariamente favorevole alla loro epifania. Beata la terra che non ha bisogno di maestri, certo, ma anche disgraziata la terra che avendone bisogno non ne possiede. Disgraziatissimo, poi, il chierico che il maestro ce l’ha davanti al naso e non lo nota. E sì che l’ultima spuntata, Daniela Santanchè, è piuttosto vistosa. Era una da Twiga e Billionaire, da Brosio e da Briatore, e adesso è l’unico uomo di Alleanza nazionale. Merito suo e demerito dei tempi: nell’ignoranza, nella vigliaccheria e nella malafede universali basta dire una cosa giusta, una sola, e subito diventi un maestro. Perché la verità è semplice.
I maestri sono semplici. Allam dice sempre le stesse cose e fa benissimo, la goccia scava la pietra, prima o poi qualcuno capirà. I maestri sono lenti, Saviano ci ha messo anni a scrivere “Gomorra” perché prima ha dovuto viverla. I maestri sono coraggiosi, non separando l’arte della vita spesso rischiano quest’ultima.
Gli Eremiti rischiano meno degli Scortati, è vero, ma non perché sfuggono i pericoli: Corona scala pareti di roccia, Ferretti cavalca a pelo, Risé radunava tori in Ca-margue. Non hanno bisogno di guardie del corpo solo perché nei boschi non ci sono né camorristi né maomettani (entrambe le categorie odiano gli alberi, da qui l’urgenza di piantarne il più possibile).
Non uno di questi sei maestri da cui è urgente imparare qualcosa compare anche solo di striscio in “Venerati maestri”, dove si parla di Umberto Eco come se fosse vivo e che sembra scritto negli anni Novanta (primi anni Novanta).

Camillo Langone