Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 23 ottobre 2006

Circola, e fa discutere, l’appello degli uomini contro la violenza maschile contro le donne. Nato tra ricercatori e docenti universitari, ha guadagnato consensi anche in altre categorie, e suscitato interesse. E’ certo di assoluta importanza che gli uomini riflettano e intervengano in prima persona su un fenomeno che occupa una parte rilevante delle cronache, e pesa sulla vita di tutti. Non possiamo cavarcela dicendo che i violenti non siamo noi, attribuendo questo comportamento a un nucleo (per quanto numeroso), di devianti. I maschi che violentano, che sopraffanno, interpellano implicitamente la responsabilità e la coscienza di tutto il mondo maschile. Come porsi di fronte a questo comportamento dei propri disgraziati fratelli? Un appello, con tutti i suoi limiti, può aiutare una riflessione, e far circolare semi di cambiamento. Con qualche rischio.
Uno, rilevante, è quello di un’involontaria ipocrisia. Vale a dire ascrivere i comportamenti denunciati dalle cronache a vizi dell’intero mondo maschile, scavalcando però l’evidenza offerta da alcune icone contemporanee del potere. Il rischio insomma di passare dall’orrore per lo stupratore da strada ad un’autoconfessione di colpevolezza di tutti i maschi, tacendo però dei grandi violenti del pianeta, che hanno probabilmente un ruolo importante nel fenomeno. Penso per esempio all’affermazione di Vladimir Putin, appena registrata per sbaglio, che esprimeva ammirazione, solidarietà, e invidia per il presidente israeliano Katsav “che ha stuprato dieci donne”. C’è uno scarto troppo forte tra una protesta di intellettuali contro la violenza maschile, e il fatto che uno dei grandi della terra dica una cosa simile senza suscitare proteste istituzionali. La violenza annichilente verso le donne (ma forse non solo loro) di queste parole, è troppo forte per non annichilire, anche, il senso di un appello contro la violenza maschile che non diventi subito anche azione di protesta contro chi le pronuncia.
L’ipocrisia, che denuncia la violenza come propria del mondo maschile senza distinguere tra Gandhi, o i Benedetto (da Norcia, e Ratzinger), e Putin, o Stalin che aveva passioni simili, si accompagna ad una superficialità. Che impedisce di vedere che la violenza verso chi fatica a difendersi (non solo la donna, ma anche il bambino), appartiene non all’esercizio della maschilità, ma a quello del potere e della forza, che non necessariamente coincidono con la prima. Un esempio per tutti: Adolf Hitler, stupratore di interi popoli, e maschio debolissimo, malato, preda di un disturbo a lungo considerato prevalentemente femminile come l’isteria.
Il maschile nella storia del mondo si è sempre fatto carico della cura dell’altro più debole, ed ancora lo fa, salvando il bimbo che annega, aiutando la donna in difficoltà, o lavorando tutta una vita per la propria famiglia. Il principio fallico ha, nel mondo simbolico, e nella psiche umana, un significato donativo: non per nulla dà inizio al processo di generazione di una nuova vita. Il maschio violento è invece quello che al dono, all’assunzione di responsabilità sull’altro, preferisce l’esercizio del potere su (o contro) di esso.
L’uomo violento, come dimostra ad esempio la biografia personale di Angelo Izzo, stupratore al Circeo, e omicida di altre donne un anno fa, presenta un deficit di maschilità, psicologica ed a volte organica, che tende a compensare con la violenza sul debole, e sulla donna, e con la passione per il potere. Se non riconosce la debolezza maschile del violento, la protesta degli uomini contro lo stupro rischia di essere vana.