Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 16 ottobre 2006

Anche nella società della comunicazione, della libertà sessuale, del corpo, il sesso maschile rimane oggetto di un persistente tabù. Alla visita per l’idoneità a militare un ragazzo su quattro aveva problemi ai genitali: da tutti i tipi di fimosi al varicocele, a discese solo parziali dei testicoli, ad infezioni di vario genere; a volte anche cisti o tumori. Eppure erano stati più volte visitati: da pediatri, medici scolastici, dai genitori. Il fatto è che “lì”, dalle parti del temibile-terribile fallo, nessuno osa guardare. I pediatri bravi, che quando il glande è coperto invitano il padre a fare al figlio la ginnastica prepuziale, per liberarlo, sono visti con sospetto dai genitori, e molti colleghi. E in caso di rottura del matrimonio il padre che ha acconsentito rischia l’accusa di abuso sul figlio. Per le bambine è diverso: le mestruazioni fanno sì che dei genitali femminili si parli, e vengano ispezionati. Il pene-fallo, invece, rimane il grande tabù.
Ora che il servizio militare è stato abolito, tra il plauso universale, anche quella visita, momento di svelamento delle sue patologie, è sparita, per molti non sostituta da nulla. Tocca allora allo psicoterapeuta ascoltare più tardi le cronache dolorose conseguenti a quei malesseri mai curati: difficoltà di penetrazione, impotenze, processi infettivi cronicizzati.
In questo panorama desolante, la Regione Piemonte ha finalmente accolto la richiesta che da anni veniva fatta dal Presidente dell’Unione degli immigrati arabi, un medico, di praticare la circoncisione (l’asportazione di parte, o tutto, il tessuto prepuziale) in ospedale. «Nelle famiglie islamiche - ha spiegato il medico arabo - la circoncisione ai bambini si fa, qui soprattutto, clandestinamente. Noi siamo molto contrari alla clandestinità: è un intervento medico, che va fatto in ospedale». A casa, inoltre, i rischi sono molti: anche poche settimane fa un bambino, circonciso dalla madre, ha rischiato di essere evirato. Anche al Policlinico di Milano, dove viene praticata, la circoncisione è molto richiesta: la lista è di otto mesi.
Una situazione molto interessante dunque: comunità islamiche che scelgono di togliere l’operazione-rito della circoncisone dall’ambito clandestino e privato, affidandola allo Stato in cui si trovano, cui riconoscono dunque autorità e competenza in un ambito molto intimo, e simbolicamente rilevante. E uno Stato che, attraverso le Regioni interessate, accoglie la richiesta, ed anche le conoscenze igieniche e mediche millenarie in cui essa affonda (sia nell’ebraismo che nell’islam la circoncisione viene fatta risalire ad una prescrizione del Patriarca Abramo). Come sempre però quando si va toccare un punto molto profondo dell’inconscio delle persone, un tabù, appunto, esso rispunta travestito da obiezioni di vario tipo.
Come i politici che si sono chiesti se allora lo Stato praticherà anche l’asportazione della clitoride. Ma i due interventi, come spiega il consiglio nazionale di bioetica in un articolato parere (http://www.governo.it/bioetica/testi/250998.html), sono completamente diversi. «La clitoridectomia, l’escissione e l’infibulazione, finalizzate a impedire l’orgasmo femminile durante l’atto sessuale», alterano peggiorandola, la sessualità della donna, mentre la circoncisone maschile la lascia inalterata, ed in molti casi la migliora, ed evita infezioni, e la loro trasmissione. Il tabù rispunta però soprattutto nell’obiezione di coscienza di molti medici, che (legittimamente) si rifiutano di eseguire l’operazione. Il timore magico del Fallo non risparmia il camice bianco.