I bambini, e la speranza del mondo
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 25 settembre 2006
Siamo sicuri di voler bene ai bambini? Questo sentimento così frequentemente proclamato appare tutt’altro che certo. Qualche esempio? La bambina bielorussa martirizzata nel suo paese, non riconsegnata dai genitori affidatari per evitarle una catastrofe psichica e affettiva, che però l’elegante sottosegretaria italiana Daniela Melchiorre, assieme per la verità ad altri giuristi, vuole fermamente restituire ai suoi aguzzini. Oppure il ragazzino prelevato dalla forza pubblica, malgrado sia svenuto alla sola vista degli agenti, per essere riportato in Belgio dalla mamma, da cui era fuggito, per raggiungere a Milano il papà che l’aveva sempre accudito prima che la mamma se ne andasse da casa con un altro uomo. O anche il bimbo, piccolissimo, che ruzzolava su e giù da un Eurostar già in partenza, ieri, sotto i miei occhi, senza che né la mamma seduta (e da me allertata), immersa in conversazioni con la babysitter, né nessuno dei viaggiatori muovesse un dito, o dicesse qualcosa per sottrarlo al suo gioco fatale, tranne il sottoscritto. Guardato con molta diffidenza da più di un viaggiatore: di che ti impicci (anche se più tardi il capotreno mi confermava: il treno non ferisce, uccide).
E’ come se ognuno pensasse che ai bambini ci bada qualcun altro. I genitori pensano che se ne deve occupare la società, gli altri. Gli altri pensano che tocchi ai genitori. Lo Stato, come la sottosegretaria Melchiorre, fa applicare le norme e i regolamenti vigenti, e li fa restituire ad istituzioni dove dopo cena vengono lasciati nelle mani di istitutori ubriachi, o a genitori da cui fuggono minacciando il suicidio. E i bambini sono soli. I più sfortunati cadono dai balconi, o dai treni, senza una mano che li trattenga. I più forti, come Natascha Kampusch, vengono a patti coi loro aguzzini, e sopravvivono, magari anche rafforzandosi. I più oscillano tra l’allegria dell’infanzia e le lacrime dello spavento e della delusione.
Che mondo è, però, quello che non si prende più cura dei bambini? Che si interessa a loro come telefilm, star televisive, Natascha appunto, ma gira la faccia quando sono lì accanto, bisognosi di una parola, un intervento di un adulto che si ponga come tale, e gli dica: sono con te? E’ un mondo che non nutre speranze. Perché i bambini, che vivranno nel futuro, nel mondo che ci sopravvivrà, sono un’immagine della speranza. Si cura di loro, li ama, chi coltiva la speranza in un mondo migliore, in una crescita dell’uomo, ed intanto cerca di aiutare questa crescita, questo sviluppo positivo, nel pezzo di futuro che gli sta di fronte, il bambino. Se però la speranza non è più viva, se la passione per il futuro è diventata intellettuale, fantascienza per esempio, e non cuore, allora il bambino accanto a noi, non ci emoziona più, non ci interessa. Non ci assumeremo nessun rischio per lui e, nel frattempo, speriamo soprattutto che non ci secchi.
Non finisce però tutto qui. Il fascino della vita nuova è troppo potente e, dunque, li vogliamo anche, i bambini. A carriera costruita, benessere assicurato, li pretendiamo, spesso ad ogni costo, a prezzo di tecnologie anche fredde, e crudeli. Oppure, li teniamo almeno per qualche mese, in affido, per spezzare la nostra solitudine di coppia, o rassicurarci con un gesto generoso. Oggetti di consumo? A volte è così. Ma il cuore umano è imperscrutabile, e spesso la presenza potente del bimbo apre poi la strada ad altro, alla maturazione di una sensibilità autentica, all’apertura ad una vera speranza.






Bellissimo articolo, Prof. Risè. Sottoscrivo e la linko, magari facciamo pace. Anche se lei mi dirà che non ce l’aveva con me, io sì con lei.
Comment by Cantor — September 25, 2006 @ 8:48 pm
Si metta in pace, Cantor. Purtroppo tocca comunque far guerre, ma ad altri, non tra noi. Auguri, Claudio
Comment by Redazione — September 26, 2006 @ 4:07 pm
Gentile prof. Risé, davvero incredibile la vicenda che ha raccontato.
Assurda!
C’è una grande ipocrisia nella retorica dell’amore verso i bambini, si vede nel modo in cui forziamo i ritmi dell’infanzia costringendo i piccoli a una vita accelerata. Sono tutti occupatissimi:tra palestra e nuoto, catechismo e musica, sembrano dei replicanti degli adulti. Devono già guardare il “carnet” del grande ballo quotidiano. Chissà se tra un giro e l’altro riusciranno a respirare.
Una canzone dello Zecchino d’Oro di qualche anno fa s’intitolava significativamente:”Voglio un attimo di respiro”.
Ci sarebbe sul serio da fermarsi un attimo e riflettere…
Buona giornata
Comment by Margherita — October 12, 2006 @ 10:31 pm