Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 11 settembre 2006

Sui giornali è comparsa una notizia: “ecco perché i ragazzi sono più egoisti: per via dei neuroni”. Le neuroscienze infatti hanno scoperto che solo gli adulti usano spesso la corteccia prefrontale del cervello, che sviluppa empatia e comprensione delle motivazioni altrui. Gli adolescenti ne usano un’altra, più focalizzata sullo svolgimento dell’azione. Questa scoperta, come altre nell’affascinante sviluppo delle neuroscienze, conferma come il funzionamento cerebrale accompagna in modo perfetto le esigenze della vita e dello sviluppo umano. La psicologia, come la filosofia e tutte le scienze umane, conoscono da sempre, infatti, l’egoismo giovanile, un tratto caratteristico del modo di sentire e di comportarsi delle persone non ancora pienamente mature. Questo aspetto ha una precisa funzione nella vita della persona: dirigere le energie sull’affermazione personale, senza disperderle in una serie d’emozioni verso l’ambiente e le persone di riferimento (affettivamente ancora molto forti), per concentrarle invece sulla propria progettualità. Da qui l’ “egoismo” dell’adolescente. Che tiene sì alla persona amata, ma perché soddisfa ad alcuni suoi bisogni; piange per la morte del padre dell’amico, perché teme di trovarsi nelle stesse condizioni di abbandono; vuole prevalere nella competizione, indipendentemente dalle aspettative degli altri. Insomma riferisce tutto a sé stesso, che è ciò che gli interessa.
Questo accade, ci dicono le neuroscienze, per via dei neuroni. Da un altro punto di vista, si potrebbe dire che i neuroni sono perfettamente organizzati, come tutti gli altri aspetti del corpo umano, per realizzare le esigenze della vita e del suo sviluppo. In questo funzionamento del cervello infatti, noi troviamo brillantemente riprodotti i due tempi che qualsiasi osservazione psicologica, e antropologica, riscontra nella vita dell’uomo. Nella prima metà della vita umana l’individuo è, come ha detto lo psicologo Carl Gustav Jung, un proiettile gettato verso l’alto, impegnato ad affermare se stesso, attraverso una serie di azioni, e realizzazioni. Tutto è riferito all’Io ed ai suoi obiettivi, messi a fuoco proprio grazie a quest’eccezionale concentrazione su di sé. E’ questa la fase del conflitto con le generazioni precedenti, che rimproverano a quelle nuove, da sempre, distrazione, scarsa attenzione agli altri, esclusiva attenzione a sé. Man mano poi che i propri obiettivi vengono raggiunti, lo sguardo dell’uomo diventa invece più largo, più orizzontale. Gli altri, che nella prima parte della vita erano soprattutto degli strumenti dell’Io, cominciano ad essere visti per quello che sono: persone, con affetti, bisogni. Finalmente vengono amati come altro da sé, e non semplicemente come prolungamenti delle proprie esigenze . La vita personale è, a quel punto, in gran parte già stata costruita, ed il punto d’arrivo che si comincia ad intravedere non è più una continua, e faticosa, ascesa, ma la lenta discesa verso la morte.
A quel punto le emozioni degli altri, i loro affetti, i loro bisogni, non ci appaiono più fastidiosi dirottamenti delle nostre energie, ma indispensabili elementi per aiutarci a trovare il senso alla nostra stessa vita, che ( ce ne siamo nel frattempo accorti), non può consistere solo nell’affermazione personale. Il nostro modo di comunicare con gli altri allora cambia, “le strategie del pensiero mutano con l’età”, dice la neuroscienziata Sarah-Jaine Blakemore dell’University College of London. Offrendoci così la descrizione degli strumenti organici di un processo che le scienze umane conoscevano da tempo.