Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 4 settembre 2006

Come mai si comporta così, perché dice queste cose? Come mai Natascha Kampusch, anni 18, fuggita da otto anni e mezzo di prigionia e segregazione
scoppia in singhiozzi all’annuncio del suicidio del suo carceriere, chiede di non chiamarlo “mostro”, vuole tempo prima di rivedere i suoi genitori, esige di giudicare da sé le sue esperienze? In tutta Europa, sui media, nelle radio, nelle famiglie, ci si continua a porre queste domande, e non solo per curiosità morbosa. Dietro a quest’interesse si nasconde, infatti, quello per il mistero nascosto in ogni incontro tra le persone. Ed anche per il fenomeno, poco studiato, per il quale non sempre comportamenti illegali, e con aspetti di violenza più o meno forti, suscitano nell’altro odio, e avversione.
La psicologia ha una sua risposta a queste esperienze, la cosiddetta “sindrome di Stoccolma”. Si tratta di una patologia messa a fuoco in tempi abbastanza recenti, nel 1974, studiando i comportamenti e gli effetti sulla psiche delle persone coinvolte, nel sequestro di un gruppo di impiegati da parte di banditi, che durante questo periodo avevano stabilito con loro relazioni diverse, affettive, ed anche sessuali. La sindrome di Stoccolma spiega i comportamenti dei prigionieri come un fatto essenzialmente adattativo. Il prigioniero sviluppa affetto per il suo carceriere per salvare la vita, e poi lo giustifica per difendere la propria autostima, e/o il proprio narcisismo. Inoltre, nella vicenda, il sadismo del carceriere sollecita la risposta masochistica del prigioniero, la più utile per sopravvivere. Un buon trattamento terapeutico potrà poi aiutarlo a recuperare la propria “integrità” affettiva e sessuale, ed a distaccarsi affettivamente dai propri carcerieri. Questa spiegazione funziona in molte situazioni, soprattutto quando la vicenda si svolge tra adulti, e la durata non è troppo lunga.
In Natascha però le cose sono andate diversamente, come spesso capita a chi vive situazioni di abuso nell’infanzia e adolescenza. Qual è la differenza principale? Che il bambino, quale era Natascha al momento del sequestro, non deve semplicemente sopravvivere: deve crescere, sviluppare una personalità, nutrire questo sviluppo. La materia prima per nutrire lo sviluppo della personalità di un bambino, sia che si trovi in famiglia, sia che si trovi in un’altra situazione, o addirittura in prigionia, è una sola: l’amore. Attenzione: non l’innamoramento (può esserci anche quello, ma è secondario), l’amore. Vale a dire il prendersi cura di, l’essere attenti a, insomma il dare all’altro la propria costante attenzione, affettiva. Ci sono bimbi che crescono, liberissimi, in famiglia, in mezzo a giochi d’ogni genere, e cadono in depressione, e si autorecludono nella propria stanza, o non “crescono” affatto psicologicamente o affettivamente, proprio perché non sentono questo tipo d’amore, d’attenzione. In quella situazione estrema, di profonda mancanza di libertà, e di relazione con una personalità fortemente disturbata, quale era il suo carceriere, la bambina Natascha, che nel frattempo diventava una ragazzina, e poi una giovanissima donna, quest’attenzione affettiva l’ha invece trovata. Altrimenti non ne sarebbe uscita salva: la psiche, ed il corpo, non sopravvivono, in quegli anni, senza amore.
Per questo, Natascha, non vuole che si chiami mostro il suo carceriere, e chiede del tempo prima di rivedere i suoi genitori. L’amore è più ampio della legalità, e sanità psicologica. A volte, assumendo forme abnormi, è però capace di assecondare lo sviluppo della vita. Questo, forse, cerca di dirci Natascha.