Claudio Risé, da “Il Giornale”, 29 agosto 2006, www.ilgiornale.it

Sì, va bene la “sindrome di Stoccolma”. Sta tra due virgolette, comincia per “sindrome”, ci si può mettere sotto un timbro, una firma, e la diagnosi è bell’è fatta. E dopo? Quando abbiamo ancora una volta detto che di questo si tratta, cosa ne sappiamo, in più, del comportamento di un essere umano, di questa ragazzina segregata per otto anni, e che quando ha potuto/deciso di andarsene, ha suonato alla vicina e ha detto: «sono Natascha Kampusch»? Di questa persona che ha passato l’adolescenza senza vedere e parlare con nessuno tranne il suo carceriere, e che tuttavia, ora che è una giovane donna, riemerge dal nulla in cui era stata cacciata, brandendo la segnaletica dell’Io, nome e cognome, con una fermezza di cui la maggior parte dei suoi coetanei cresciuti in famiglia non sarebbe capace, anche in situazioni molto meno drammatiche?
Perché una persona rapita e imprigionata per anni, scoppia in singhiozzi quando le dicono che lui si è suicidato, assicura «mi ha sempre trattato bene», che non le è stata fatta violenza, ma è stata lei a voler fare sesso? Il fatto è che l’anima umana, ed anche quella dei bambini, è complessa e sottile, profondamente ambigua, e non è appiccicandoci sopra l’etichetta di questa o quella sindrome che puoi renderla più semplice e decifrabile. Quello che è certo è che ciò che più conta, nella vita umana, per l’equilibrio psicologico, ma anche, semplicemente, per la sopravvivenza, è l’amore, molto di più della legalità dei comportamenti. Per fortuna, anche il mostro che rapisce una bambina, a suo modo, può amarla, e lei se ne accorge. Magari da tempo, silenziosamente, la guarda, pensa che i genitori si occupino poco di lei, la vorrebbe con sé. Non necessariamente per fare del sesso. Poi, naturalmente, siccome non si può vivere con una bimba che non è tua figlia, e siccome, in fondo, lui è uno squilibrato, e quest’amore è fuori dai preziosi sentieri della natura, quelli che ricevono la rugiada nel mattino, la chiude nel garage.
Però le bimbe, insieme a molte altre vittime di altri delitti, molestie, sequestri, non si limitano a “giustificare le ragioni dell’aguzzino”, come si dice con termini giuridici parlando della sindrome di Stoccolma. Con la sensibilità propria dell’umano, che è più ampia di quella dei manuali di psicopatologia, le vittime colgono i sentimenti dei loro persecutori. E se tra quei sentimenti c’è amore, lo riconoscono immediatamente. E se ne nutrono, perché (molto egoisticamente, e poco moralisticamente) ne hanno bisogno per vivere. L’essere umano si nutre d’amore, cresce con l’amore. Se il mostro ti ama, tu ti nutri di quell’amore, perché è molto più importante, per la tua sopravvivenza fisica e psichica, delle povere cose che ti porterà per mangiare.
Le vittime si nutrono, avidamente, di quell’amore, anche perché a volte i sentimenti del mostro sono più intensi, più appassionati, di quelli della famiglia cui i bambini vengono sottratti, o da cui a volte fuggono. Una famiglia, quella d’origine, che le vittime sopravvissute rivedono con difficoltà non solo perché si vergognano, o hanno sensi di colpa, ma perché spesso soffrivano anche prima nello stare coi loro genitori e parenti. La questione su cui l’utilizzo mediatico-giudiziario della sindrome di Stoccolma tende a stendere un velo pietoso, è che spesso le vittime sono persone che vivevano una situazione di profonda infelicità e di forti conflitti. Dalla quale il mostro, imprigionandole ufficialmente, le ha in qualche modo liberate.
Natascha durante la sua prigionia ha letto, ha pensato, ha riconosciuto aspetti di sé e della sua bizzarra relazione, molto di più di quanto possano fare molti adolescenti in famiglie indifferenti, abbandonati a playstation e televisioni. La sua è una storia estrema. L’amore tuttavia, per quanto reclusivo e imprigionante, ha reso vitale questa terribile vicenda, e le ha consentito di sopravvivere e crescere. Molto più di quanto accada a infiniti suoi coetanei, che crescono nella più libera, familiare, depressiva, indifferenza.