Claudio Risé, da “Il Giornale”, 28 agosto 2006, www.ilgiornale.it
Milano contro le donne? A leggere alcuni grandi quotidiani, parrebbe proprio di sì. Qualcuno rimpiange le antiche fiaccolate femministe. Il Vescovo Ausiliare, De Scalzi, dice che «si respira violenza, e Milano deve ricostituirsi». Comunque, si chiede perentoriamente al sindaco, donna, di «far sentire subito che Milano è dalla parte delle donne». C’è qualche dubbio in proposito? Tranne per le incaute ragazze che si sono lasciate chiudere in casolari di campagna (ove nessuno poteva aiutarle) da magrebini conosciuti in mezzo alla notte, alla Stazione, è proprio grazie ai milanesi dalla parte delle donne, che per fortuna intervengono, mettono in fuga, magari anche feriscono gli assalitori, che la maggior parte degli stupri è tentata, ma non andata a buon fine.
Proprio perché il problema è grave, da evitare sopra ogni cosa è proprio la confusione. Milano è una città che ama profondamente le donne, le emancipa e le protegge, ben da prima del femminismo. Qui Anna Kuliscioff ispirò la fondazione del partito socialista. Qui mia nonna, agli inizi del secolo, fu tra i primi funzionari “assunti” da quel partito. Qui tutte le donne sono sempre andate in giro, di giorno e di notte, senza che succedesse loro nulla. Tranne qualche squilibrato (che c’è sempre, come quello che uccide lo psicoanalista; ma non si fa una fiaccolata per questo, ci mancherebbe), nessun milanese, brianzolo, lombardo, o italiano, va in giro aggredendo e stuprando le donne. Tuttavia, aggressioni, stupri, e omicidi, soprattutto a carico di donne (ma anche di bambini, vecchi, omosessuali: deboli, insomma), si fanno sempre più frequenti. A Milano, come in ogni città d’Italia. Non ad opera di milanesi, ma di magrebini, extracomunitari, infelici richiamati da tutto il mondo da miraggi insensati di ricchezza, e libertà illimitata, che non deve render conto a nessuno. Non sono certo, questi gesti, espressione della città, della sua cultura; collegare gli uni all’altra è quindi solo un modo di perdere tempo, e confondere le idee.
Sono però, è vero, espressione di una “grande violenza”, come dice il Vescovo Ausiliare. Non certo la violenza di un’inesistente Milano maschilista e aggressiva. Si tratta, invece, della violenza di un potere che finge di accogliere, perché ha bisogno di braccia a buon mercato, e soprattutto di nuove leve per un elettorato fatalmente declinante, dato che si richiama ad ideologie fallite da almeno vent’anni. Si tratta della straordinaria violenza che consente e promuove, con promesse di cittadinanza rapida e impunita, l’invasione cui l’Italia è sottoposta, in misura crescente da mesi, man mano che più sfrontati si fanno i miraggi di integrazione rapida e indolore.
Occorre un’inaudita violenza per spingere un individuo che appartiene ad una comunità chiusa, fondata su rigide gerarchie, e su un’inamovibile, e garantita, separazione tra i sessi (di cui uno, quello femminile, privato della libertà personale ed affettiva), a trasferirsi in una società cristiana, dunque libera. Dove, privo delle sue gerarchie, appartenenze e separazioni, sarà fatalmente solo. E disperato. Ma di questo ai nostri governanti non importa nulla: è un paio di braccia in più, domani una tessera di sindacato in più, un voto in più. Poi, quando l’immigrato, clandestino e emarginato, perde la testa e salta addosso alle nostre belle ragazze seminude, allora sale dalle colonne di stampa dell’immacolata coscienza progressista il grido di dolore contro la città maschilista, la metropoli violenta, la città cattiva. E la richiesta al sindaco di «interventi subito», «invece di tanta inventiva di spirito manageriale messa in vetrina nei primi mesi».
Qualcosa Letizia Moratti farà certamente, se ha davvero convocato una giunta straordinaria, per domani, per discutere di questi temi. Uno, però, è probabilmente l’intervento decisivo, e richiederebbe, come al solito, il massimo coordinamento tra Comune, Provincia, e Regione. Si tratta di mettere al riparo il territorio (fisico, e psicologico) di Milano, e della Lombardia che ama e onora le donne, dalla ricaduta della sconsiderata, e violenta politica dell’immigrazione del governo Prodi. Il governo di Milano tuteli i suoi cittadini dal cinismo di politici senza rigore, e senza speranza.






Letizia Moratti dovrebbe dare immediatamente la cittadinanza onoraria a chi - pur clandestino - si distingue per senso civico e rispetto dei valori comuni agli Italiani.
Trovo invero indecente che sia data la cittadinanza onoraria alla colf clandestina che ha perso la vita nel salvare la vita di una ragazza, mentre un altro clandestino che si e’ distinto nello stesso modo sia non solo condannato a 5 anni ma addirittura espulso dal nostro paese.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200608articoli/9836girata.asp
Questa ingiustizia nella sostanza mi fa desiderare di rinnegare la mia stessa cittadinanza, stracciando la mia carta di identita’ e rifiutandomi di partecipare in alcun modo alle sorti di questo paese, dove il valore viene negato e regna sovrana la falsita’, l’appartenenza ideologica e la giustizia come strumento di asservimento del pololo alla volonta’ del tiranno.
Comment by marco baldassari — August 30, 2006 @ 3:11 pm
Politica del cinismo Claudio Risé, da “Il Giornale”, 28 agosto 2006, www.ilgiornale.it Milano contro le donne? A leggere alcuni grandi quotidiani, parrebbe proprio di sì. Qualcuno rimpiange le antiche fiaccolate femministe. I
Trackback by SORVEGLIATO SPECIALE — September 1, 2006 @ 10:52 am
SOLIDARIETA’…
SOLIDARIETA’ A CLAUDIO RISE’ Per questo articolo scritto da Claudio Risè su IL GIORNALE e poi riproposto sul suo Blog sotto forma di Post, l’autorevole psicanalista e giornalista Claudio Risè è stato oggetto di un grave attacco da
Trackback by SORVEGLIATO SPECIALE — September 1, 2006 @ 11:48 am
Mi sembra necessario distinguere tra un riconoscimento al valore, dato post mortem, alla colf. Riconoscimento del cuore, simbolicamente importante come affettivamente sentito.
Altra cosa è la delega alla legalità che comporterebbe il rilascio della cittandinanza al clandestino che si è distinto per il suo coraggio. Bravo, una medaglia, tutto quello che si vuole riconoscergli per questo atto ben venga. Anche niente, come è sempre successo a molti anonimi eroi riservati, ricordo solo, perché è di ora l’anniversario, l’uomo che si è calato a salvare alfredino, senza riuscirci, si , ma a proprio rischio e rimanendo poi schivo nell’ombra e con i sensi di colpa per avere salvato il bambino.
Se l’immigrato avesse ucciso, o stuprato, dovremmo per il suo gesto levargli la condanna? La legalità è un valore.
Bravissimo quindi , medaglia (e come medaglia è da intendere la cittadinanza alla colf) ma poi vediamo le pratiche in sospeso e facciamo tornare i conti.
cordialmente,
guido
Comment by Redazione — September 1, 2006 @ 1:37 pm