Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 agosto 2006
A moltissimi le vacanze non fanno bene per niente. Tanti, appena tornati, raccontano allo psicologo, di sentirsi ancora più stanchi. Il guaio è che, per moltissimi, la vacanza è diventata un lavoro in sé. A cominciare dalla scelta della meta, che impiega molto tempo, studi, valutazioni, finendo col suscitare attese molto elevate, seguite da quasi inevitabili delusioni. Alla base delle vacanze faticose e deludenti c’è comunque un errore comune. La vacanza, invece di essere un tempo di vuoto (vacatio, vacuus), nel quale il corpo e la mente riprendono le forze, viene riempita con ogni sorta di iniziative, sport, vita sociale, hobby, impegni. Diventa, insomma un altro lavoro. Manca completamente quello svuotamento dagli impegni quotidiani che solo, indipendentemente dal luogo in cui si è, e da chi si ha intorno, può liberarci dagli stress accumulati duranti i mesi di lavoro. Al contrario, uno degli impegni più gravosi della vita quotidiana, quello di mantenere un’immagine attraente e di successo, si carica in vacanza di nuove incombenze.
Durante l’anno ci viene chiesto di svolgere al meglio il nostro lavoro, e di guadagnarci lo stipendio: due impegni, certo, ma anche due cose relativamente garantite, il lavoro è quello, e ad esso corrisponde un certo stipendio. Le vacanze, invece, dobbiamo, inventarcele. Non è meno impegnativo e stressante, in fondo, che inventarci un nuovo lavoro. Dove andremo? Ai tradizionali interrogativi, mare o montagna, se ne sono aggiunti altri. In quale continente? In una situazione tranquilla, o all’avventura? Con che compagnia? Ognuna di queste domande apre scenari diversi, ansiogeni. L’ansia è poi aumentata dall’aspetto economico, dove la sicurezza abituale dello stipendio, lascia il posto ad un universo d’incertezze: osti avidi, voucher che non danno diritto a nulla, tour operator iperpresenti fino al momento del saldo ed assai più imprendibili dopo, un universo, insomma, tutt’altro che tranquillizzante. Inoltre, in queste nuove situazioni in cui ci siamo cacciati, dovremo poi essere all’altezza, mostrandoci quindi, di volta in volta, sportivi, esploratori, persone di mondo, agiati, disinvolti, resistenti alle fatiche, e tante altre cose ancora. Davvero troppo, per qualcuno che viene da un anno di lavoro.
Lo stress da vacanze è inquietante anche per un’altra ragione: incide sulla fiducia in noi stessi. Per un anno, di fronte alle frustrazioni quotidiane, abbiamo rimandato alle vacanze il momento della vendetta, dello sfoggio del nostro valore. Ed ora, ci troviamo spesso ad aver costruito una macchina troppo complicata, che non riesce né a divertirci, né a tranquillizzarci, e tanto meno a riposarci. Che fare di fronte a tutte queste difficoltà? Primo: togliere importanza a questo delicato periodo. Che deve essere piacevole certo, ma non può riscattare in qualche settimana tutte le difficoltà della nostra vita quotidiana. Deve soprattutto riposarci. Non caricarci di nuove responsabilità ed incombenze, ma aiutarci a ritrovare un dialogo con noi stessi, la capacità di ascoltarci. Di questa riduzione dell’importanza delle vacanze (per diminuirne lo stress), fa parte anche la riduzione dei loro orizzonti spaziali. Negli ultimi anni, anche sotto la spinta di media e tour operator, si è finito per confondere vacanza con esplorazione del mondo. La vacanza è il contrario: è quel vicino così vicino da non costituire problema. In secoli più sicuri di sé, si andava in vacanza “fuori porta”, appena fuori le mura, o il dazio. Quest’anno, sembra che gli italiani siano stati di più in Italia. Segno che hanno capito.





