Nazionalità nuove e identità vecchie
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 agosto 2006
Lunedì scorso questa rubrica ha presentato le passioni di amore e di odio per lo straniero, e la questione della sua rapida integrazione in una comunità. Gli avvenimenti successivi hanno poi illustrato quelle righe. Gli attentati dell’11 agosto, sventati a Londra, con una trentina di arrestati islamici, di nazionalità inglese, ci chiedono: come mai persone nate in un paese, curate nei suoi ospedali, educate nelle sue scuole, non ci pensano poi due volte a uccidere decine, centinaia, o migliaia di concittadini? Il fatto è che non basta la cittadinanza per sentirsi parte di un paese. In passato la cittadinanza, la nazionalità, suscitavano passioni e sentimenti specifici: il senso d’appartenenza, la solidarietà con gli altri membri del gruppo, sentiti come vicini, in certo senso fratelli, e quindi la spinta a difenderli. La nazionalità, molto prima del timbro burocratico, era una condizione esistenziale e simbolica forte, che cambiava la vita di una persona. Oggi è una dichiarazione burocratica, che assicura certi servizi: l’appartenenza ad un servizio sociale e pensionistico, la tutela diplomatica, un più facile accesso al lavoro, in cambio del pagamento d’imposte. I sentimenti e le passioni legati al significato simbolico dell’appartenenza nazionale, sono però oggi di solito sconosciuti ai nuovi cittadini cui viene rapidamente concessa. Perché?
Innanzitutto, nel nostro tempo di globalizzazione, chiunque può ritornare con un breve viaggio aereo nella regione da cui la sua famiglia è originaria. In queste condizioni il “diritto del suolo”, il principio in base al quale ognuno appartiene al luogo in cui si trova (al quale si sono ispirate molte legislazioni sull’immigrazione, tra le quali quella di cui si discute ora in Italia), non ha quasi più senso. Quando spostarsi da Napoli a Londra richiedeva settimane di viaggio, chi a Londra rimaneva, e lì metteva famiglia, era senz’altro inglese. Non poteva tornare se non con gravi difficoltà al luogo di nascita, e perdeva i legami con la cultura d’origine. Il lavoro, la famiglia, la casa saldavano il suo rapporto con la nuova cittadinanza. Nel mondo globale non è più così. La cultura d’origine è ben presente dovunque, con comunità, templi, abitudini culinarie, comunicazioni cartacee, o via internet. Ed il paese da cui la famiglia proviene si raggiunge in un pomeriggio.
Paradossalmente, il mondo globale, che viene comunemente accusato di obbligare tutti a diventare simil-americani, è quello nel quale si può più ostinatamente appartenere alla cultura d’origine. In esso, la nuova cittadinanza è un foglio di carta. Solo a volte, con una forte volontà individuale, diventa elemento di nuove trame affettive, sentimenti e appartenenze nuove. In caso contrario l’individuo continua ad appartenere al gruppo culturale, etnico, e religioso d’origine, e la cittadinanza offre solo diverse opportunità. Magari di simulare l’adesione ad una nuova cultura, alla quale invece si rimane estranei.
I nuovi cittadini, gli ex stranieri, continueranno ad appartenere, in questo caso, al loro precedente gruppo, come quei cittadini inglesi, di famiglie originarie da paesi islamici, che hanno organizzato i falliti attentati dell’11 agosto. Mentre la rapida, indiscriminata concessione della nuova nazionalità, svaluterà il più serio cammino di appartenenza e di adesione alla nuova cultura che invece altri stranieri, desiderosi di un’autentica integrazione, vanno onestamente compiendo. La fretta di non distinguere tra amico e nemico, impedisce di onorare il vero ospite, in cerca di una nuova patria.






E’ ipotizzabile che il processo di liquefazione identitaria della nazionalità, sia stato avviato dalla sua monopolistica amministrazione da parte dello stato. Ciò che ha ridotto la nazionalità a cittadinanza definita dal diritto positivo, astratto. A fronte del quale perde di vero significato ogni ricca immagine di nazionalità (dall’appartenenza naturale alla nation by consent). Soprattutto rischia di venir meno quella possibilità di pluralismo patriottico (riflesso degli “stati molteplici” dell’identità di un uomo), di cui ha parlato acutamente S. Weil, che poi sarebbe forse la base vera di una relazione sana (dinamica) con lo straniero. Che anche secondo me richiede molta prudenza nell’accoglimento, se si ha un patrimonio da difendere.
Ma purtroppo a certi politici più che il patrimonio (altrui, giacché non ne riconoscono uno per sé), interessano i serbatoi di voti (propri).
Alberto, Udine.
Comment by Alberto Luciani — August 14, 2006 @ 3:12 pm
Molto vero! Alla fine, semplificando ma non troppo, si può dire che il contenuto della nazionalità è stato svuotato dagli Stati nazione post rivoluzione francese, che hanno preso il posto delle Nazioni (organiche, di cui parlo nel mio La Guerra postmoderna), mentre nazioni non erano, ma ordinamenti giuridico-burocratici multinazionali. Claudio
Comment by Redazione — August 15, 2006 @ 8:39 am
Assolutamente vero: la nazionalita’ e’ la tua cultura di origine, della tua comunita’ nella quale ti riconosci. Oggi che siamo in un villaggio globale, diventa ancora piu’ forte il bisogno di mantenere radici che si legano alle proprie origini. Non a caso, nello spazio di internet, non conta dove sei fisicamente, ma in quale rete di rapporti ti collochi relazionamente. Gli italiani o gli appartenenti a un determinato gruppo continueranno a mantenere i propri legami indentitari ovunque si trovino fisicamente. Non ha piu’ senso allora definire cose come la residenza o la nazionalita’, perche’ dicono poco o nulla di te e possono cambiare. Quello che conta sono le proprie radici, accettando e riconoscendo le radici di tutte le persone vicine, per quanto siano diverse, purche’ vi sia sempre un reciproco rispetto di comuni diritti della persona, che costituiscono il passaporto per il mondo civile. Ecco, quella nazionalita’ di appartenenza al mondo civile richiederebbe un passaporto globale, di appartenenza alla comunita’ nel mondo di chi rispetta e appartiene a certi valori di liberta’ e rispetto della persona.
Comment by marco baldassari — August 16, 2006 @ 7:16 pm
mio ulr corretto
Comment by marco baldassari — August 17, 2006 @ 2:28 am
Sì, però oggi viviamo un’invasione globale delle nazioni occidentali dai paesi dell’ex terzo mondo, e questo fenomeno va controllato, anche, con la concessione, oppure no, di cittadinanza e nazionalità. Che vanno date, o no, anche a seconda della comunanza di lingua e di religione,per evitare la costituzione di corpi estranei, o ostili, nella comunità. La famosa conoscenza del dialetto greco, e rispetto degli dei locali, richiesti appunto allo xenos, straniero, dai greci. Claudio
Comment by Redazione — August 17, 2006 @ 5:07 pm