Risé: nelle Dolomiti le tracce del Mistero
(di Marina Corradi, Inviata ad Auna di Sotto (BZ), “Avvenire”, 6 agosto 2006, www.avvenire.it)
«Qui si coglie l’intuizione di uno spazio dell’umano inviolabile, la saggezza della natura, la bellezza della vita, il senso di un’abbondanza originaria»
Proprio in fronte alle finestre, il dente massiccio dello Sciliar.
Accanto, il Latemar e il Rosengarten, regno delle saghe di re Laurino.
E attorno, i pascoli da Eden dell’altopiano del Renon, proprio sopra a Bolzano. Claudio Risé, psicoanalista e scrittore, milanese, vive l’estate, come del resto tutto l’anno, da pendolare fra la sua casa ad Auna di Sotto e Milano. La torrida Milano che però non può lasciare, per via dei suoi pazienti che spesso proprio nei mesi caldi hanno di lui più bisogno; e anche perché l’idea della vacanza come stacco totale, come saracinesca calata sulla vita quotidiana, non appartiene al professore. Non c’è bisogno, nemmeno d’estate, di staccarsi da un lavoro che si ama.
Pendolare, dunque, ma con più ampie e tranquille soste sul Renon. Fra quelle montagne imponenti, e misteriose, che per Risé sono un luogo dell’anima. Conosciuto fin da ragazzo, quando veniva qui in villeggiatura. E dimora, da quindici anni, da quando la moglie Moidi Paregger, medico antroposofico, altoatesina, ce lo ha ricondotto, e ha costruito la loro casa.
È un luogo, il Renon, di lunga tradizione intellettuale. Era, all’inizio del Novecento, la meta delle vacanze dell’alta borghesia viennese, e ancora rimangono di quell’epoca maestosi alberghi di impronta asburgica. Al “Post” di Collalbo soggiornava Freud. A Oberbozen c’è ancora, abitata da figlie e nipoti, casa Malinowsky, il fondatore della antropologia culturale. Come il padre della psicoanalisi attratto dalla quiete di questo altopiano verde circondato dallo splendore superbo dei Monti pallidi.
Le giornate d’estate per Risé cominciano presto, alle sei - quando fuori l’alba illumina di rosa le Dolomiti. Appena sveglio, lunghe chiacchierate, nel piacere di parlarsi senza fretta, con la moglie. La spesa nel paese più vicino, Collalbo, e i quotidiani appena arrivati da Bolzano. E poi, quasi cuore della giornata, nei boschi, a cavallo, interrotto solo dai passaggi a livello abbassati del piccolo treno del Renon, che pare sbucato da una stazione di cent’anni fa. Al pomeriggio, qualche paziente, articoli e libri da scrivere. E dopo cena, sempre, una passeggiata a piedi, “nell’ora in cui il sole si abbassa”. A letto, con un libro, alle nove, non appena fa buio (quasi i ritmi del sorgere e calare del sole fra queste montagne fossero tacitamente da rispettare). Si percepisce nelle parole di Risé un’intimità profonda con questi luoghi, e quasi una gratitudine alla moglie, che ce lo ha ricondotto. «Ma già fin da bambino - dice - avevo imparato ad amare le valli dolomitiche, attraverso le loro leggende. Le leggevo d’inverno, prima di addormentarmi, e mi affascinavano per il modo in cui raccontavano di una natura fonte di sacro: un sacro intellegibile per chiunque quella natura volesse stare a ascoltare. Le saghe del Rosengarten, per esempio, sono miti che mi hanno avvicinato al senso del silenzio, dell’ascolto; di una inviolabilità, di un limite che non deve mai essere oltrepassato. Miti molto diversi da quelli greci, per esempio, dove tutto ruota proprio attorno all’ansia del superamento del limite, alla sfida. Nelle leggende dolomitiche invece c’è la intuizione di uno spazio dell’umano inviolabile, della saggezza della natura, della bellezza della vita e della procreazione. Di un’abbondanza originaria, di cui non bisogna mai dubitare, chiedendosi quando possa finire. Come nella fiaba ricorrente in queste valli, del gomitolo donato da una Salighe, una sorta di fata, che si srotola all’infinito, a meno che la tessitrice non pretenda di misurarlo».
Miti antichissimi, spesso precristiani. Ma, dice Risé, non così lontani nel tempo che alcuni vecchi, come una zia di sua moglie, fino a qualche anno fa ancora non affermasse di avere conosciuto, nell’infanzia, qualcuno che quelle Salighe le avesse incontrate, nei boschi. Salighe, mitiche figure di queste montagne, leggende tanto amate da Risé che assieme alla moglie ha recentemente dedicato loro un libro, “Donne Selvatiche”, (edizioni Sperling). Spiega: «Le Salighe, dette anche “beate vergini” o “vergini bianche”, rappresentano un archetipo di questa cultura, precedente al cristianesimo. Immagini di un femminile psicologicamente integro, in possesso di un sapere originario che le porta a proteggere ogni forma di vita, a donare generosamente e senza alcun calcolo. Creature bellissime e luminose, pronte a soccorrere chi è in difficoltà come a sparire non appena qualcuno immagini di compensarle, o anche solo di svelarne il nome, che deve rimanere un segreto. Solo in un tempo più recente, e anche a causa di un rapporto difficile con il cristianesimo del tempo della Inquisizione, alcuni di questi miti virano in figure maligne, in streghe che ballano in sabba infernali nelle notti di luna piena, o rubano i bambini. Ma si tratta di una degenerazione della mitologia più antica di questa regione, che nelle Salighe vedeva il volto sacro e buono del creato».
E dentro l’immaginario della sua fanciullezza lo psicoanalista, carico ancora delle ansie dei suoi pazienti, si immerge. «Io ho sempre amato molto il silenzio, e l’ascolto. Ritorno appena posso in questi boschi, in una sorta di contemplazione. Spesso mi sorprendo a fissare lo sguardo sulle pareti delle montagne, o su i fili d’erba, e i ruscelli. Il luogo che prediligo è a Drei Kirchen, in italiano Tre Chiese, precisamente a Briol, dove il regista Siberberg ha girato un bellissimo “Parsifal”. Ho con la natura un rapporto non idealista, ma molto concreto: amo la terra, gli alberi, i loro profumi. È, questo atteggiamento contemplativo, qualcosa che ho appreso da bambino, sul lago Maggiore, nella casa di Stresa in cui ero sfollato durante la guerra. Ero quasi sempre solo, e ho imparato ad amare il silenzio di quel giardino, in contemplazione solitaria».
È «lo stupore della prima volta» - lo thauma degli antichi Greci - dice il professore, quello che prova davanti ai fiori del sottobosco, o al fruscio dei larici del Renon. Benché da tanti anni conosca questi luoghi, stupore, ancora, come da bambino. Come allora, resta a ascoltare il rumore dell’acqua di un torrente che precipita sui sassi del greto, come con una misteriosa melodia. O a osservare il tronco contorto di un vecchio albero, di quelli che nelle antiche saghe sono uomini così trasformati da un incantesimo. In una simmetria fra le Dolomiti e la sua vita interiore. Quasi nell’attesa di un sacro che si riveli fra i boschi, come le luminose Salighe apparivano un tempo agli abitanti dei masi.
E quando piove, e c’è quella foschia quasi autunnale che sale dal basso della valle, per Risé è altrettanto bello. «Sono le giornate in cui il cattivo tempo ti dà l’alibi per non uscire di casa, e sonnecchiare pigramente sul divano sopra la vecchia stube tirolese che abbiamo voluto in soggiorno. Leggendo un libro, o chiacchierando con mia moglie». E bellissimi, agli occhi del professore, i temporali che scoppiano improvvisi fra queste cime: «Sto a guardare, muto, da dietro ai vetri, lo scatenamento della natura che mostra tutta la sua forza, che pare volere rimettere al loro posto la presunzione degli uomini».
I temporali che irrompono da lontano, con nuvole fosche, nel cielo delle giornate più calde, o segnano, dopo il Ferragosto, lo spezzarsi dell’estate, e l’avvento dell’autunno. Quando è tempo di tornare a Milano, che del Renon pare l’antitesi, col suo rumore e la sua frenesia. Due mondi opposti per lo psicoanalista, e incrociati. La pace del Renon, come la vera casa dell’anima.






Lo straniero fuori e dentro di me
Quando Claudio Risè viaggia alto è grande e profondo. Un bella riflessione da inscrivere nella mia memoria ed anche nel mio zig-zagante Blog/Diario. E da far leggere agli amici. Lo straniero Claudio Risé, da “Il Mattino
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