Intervista di Stefano Andrini,
da “Avvenire” (supplemento Bologna Sette), domenica 30 luglio, 2006

D. Professor Risé cosa si aspettano i giovani da una amministrazione locale e più in generale dalla politica?
R. Poco, perché sono abituati a una politica che non si occupa di loro se non per organizzarli in gruppi più o meno legati ai partiti. Tuttavia, avrebbero invece bisogno che l’amministrazione pubblica, soprattutto a livello locale, li osservi, e si metta in ascolto dei loro bisogni, per poterli aiutare a sviluppare la forza di crescita per la persona e la società, che il mondo giovanile rappresenta.

D. Di fronte ai bisogni complessi dell’universo giovanile la risposta dei Comuni e delle Regioni è spesso semplicistica: un assessorato ad hoc. Ma ai giovani serve davvero?
R. Ogni assessorato dovrebbe tenere d’occhio i bisogni, ma anche le potenzialità dei giovani, per il settore di sua competenza. Certo, l’educazione e lo sport sono quelli a vocazione giovanile più alta. Ma anche la cultura, il territorio, naturalmente la famiglia, la casa, devono rimanere in contatto e rispondere all’universo giovanile. L’idea dell’assessorato ai giovani spezza e corporativizza un mondo giovanile del quale invece ogni aspetto dell’amministrazione deve occuparsi.

D. Spesso il politico ha l’illusione che coccolando i suoi potenziali giovani elettori possa averne un ritorno in termini di potere. Ma i giovani sono così facili da comprare?
R. Più che di potere, i giovani sono affamati di identità. In questo senso sono «corruttibili» da chi, magari attraverso un’ideologia morta da decenni, e qualche spazio e strumento organizzativo, gliene offre comunque una parvenza.

D. Tra i rischi di un assessorato di questo genere non c’è solo la risposta burocratica ma anche quello di spacciare per universali idee che servono in realtà a catturare il consenso delle nicchie omogenee al proprio progetto politico (centri sociali, sballo…). C’è il pericolo che le idee e le esperienze della maggioranza dei giovani siano dimenticate quando non ostacolate?
R. Questi sono appunto i rischi del corrompere le potenzialità giovanili attraverso proposte ideologiche fatte a fini di potere. Ciò crea naturalmente, oltre a futuri guai per chi si lascia «corrompere», mettendo così a rischio la propria libera crescita, una spaccatura tra questi gruppi infeudati ai partiti, e la maggioranza dei giovani, che rimane inascoltata dall’amministrazione pubblica, e spesso anche dai media.

D. Supponiamo che l’assessorato ai giovani, nonostante le riserve, vada in porto. Quali consigli potrebbe dare? Governo o ascolto? Centralismo o sussidiarietà?
R. Ascolto e sussidiarietà. Altre soluzioni hanno un’anima totalitaria.

D. Chiunque si occupa di giovani non può prescindere dalla questione educativa. E’ una sfida che tocca anche gli assessori? E in che modo?
R. Innanzitutto in quanto educandi. Può educare solo chi si lascia educare dal mondo, da ciò che accade, dall’altro. Anche dai giovani, ascoltando profondamente le loro palesi debolezze, e le loro forze nascoste. Poi, certo, chiedendoci, su ogni delibera: questo che effetto potrà avere sui giovani? Dannoso, o utile? Li aiuterà a vivere e a crescere, o a distruggersi e dimenticarsi? E poi agendo di conseguenza.

D. Laici illuminati e presuli insistono con sempre maggior frequenza sulla necessità di un’autentica libertà di educazione. E’ un concetto che vale anche per la molteplicità delle esperienze giovanili?
R. Nella giovinezza ogni esperienza è educativa, sviluppa o distrugge aspetti della personalità. E’ così per la musica, tutto il settore del tempo libero, lo sport, ogni esperienza di aggregazione. Sono tutte esperienze educative nelle quali la famiglia deve avere libertà di ispirazione e conduzione.