Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 17 luglio 2006

Attento a come parli, non urtare nessuno. Il giocatore Materazzi, convocato d’urgenza dinanzi alla Commissione di disciplina della Fifa, sarà - sembra - squalificato perché Zinedine Zidane (che l’ha colpito con una testata durante la partita Francia Italia) l’ha accusato di aver nominato offensivamente sua sorella. Su un piano meno nobile, Vittorio Emanuele di Savoia è stato espulso da un paio di club perché sono state rese note sue telefonate con espressioni scurrili (anche se i biografi ne riportano di peggiori a carico del suo avo Vittorio Emanuele II° di Savoia, primo re d’Italia). Il maestro di scuola Boscherini fu trasferito in mezzo alle montagne per non aver apposto la sua firma sotto la dicitura “le insegnanti”. Sono solo alcuni episodi tra i tanti che la cronaca propone costantemente. Fino a che punto, però, si può chiedere all’individuo di essere sempre “corretto” fino alla contraffazione, e sanzionarlo se non lo è? La mia esperienza, come psicoterapeuta, ma anche come docente di scienze umane, è che tra istintività, e correttezza richiesta dall’ambiente, è necessario mantenere un attento equilibrio, che non penalizzi troppo nessuna di queste due esigenze.
L’individuo ha diritto al rispetto dell’altro, che tuttavia deve essere modulato diversamente nei vari ambiti e circostanze della vita, anche per aiutare la persona a diventare più forte, capace di reggere i conflitti. A scuola per esempio, ed in ogni comunità, è importante che il bambino apprenda ad affrontare una serie di sfide, e di offese, da parte degli altri compagni: senza questo esercizio egli crescerà insicuro, e psicologicamente vacillante. Anche ogni sport prevede trasgressioni al rispetto assoluto dell’altro: nel calcio, ad esempio, è sempre valsa la regola di non fare fisicamente male all’altro, e di dire qualsiasi cosa. Ci sono poi momenti liberatori, la festa, il Carnevale, dove si è sempre prevista anche la libertà di beffa. La persona forte, non è quella che riesce ad evitare sempre il rischio di essere offesa, ma piuttosto quella che dagli attacchi non si lascia danneggiare, trasformandoli in un elemento di crescita personale.
L’aggressività dell’altro rappresenta per l’individuo, in realtà, un’indispensabile risorsa per sviluppare la propria forza d’animo. Ma anche, più profondamente, la propria capacità di amore. Il messaggio evangelico di amare il proprio nemico mette alla prova, com’è tipico nel cristianesimo, la capacità dell’uomo di accogliere veramente l’altro, a volte aggressivo fino alla delinquenza (il ladrone salvato sulla croce). L’esperienza, centrale nello sviluppo umano, dell’addestramento della propria aggressività, è ridotta nella cultura del “politicamente corretto” ad un manuale di buone maniere, imposto da dispositivi giuridici, sotto pena di sanzioni più o meno pesanti. Non si tratta qui di un progresso, né civile, né psicologico, e neppure spirituale. Anzi, equivale a ciò che la psicoanalisi chiama un processo regressivo.
L’individuo, non più allenato a confrontarsi con le proprie pulsioni aggressive, e ad esprimerle senza danneggiare l’altro, diventa sempre più incapace di riconoscerle, ed esprimerle positivamente (per esempio vincendo gioiosamente una partita). Questo porta a due risultati opposti. O non si riesce più ad entrare in contatto con la forza contenuta nell’aggressività divenuta ormai inconscia, ed arrivano le depressioni, oggi così frequenti. O, inconsciamente si soggiace all’aggressività che a livello consapevole si rifiuta, diventando (magari di colpo), pericolosamente violenti.