Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 10 luglio 2006
Campioni amatissimi. Un calcio tra i più belli del mondo. Modelli per tutto il mondo, in un’epoca di altissima concorrenza, e di giudizi severi. Un sistema di squadre oggi tra i più efficienti, in grado di selezionare degli assoluti fuoriclasse. Così sono stati vissuti, per lunghe settimane, i nostri giocatori ed il calcio italiano, in tutto il mondo. Negli stessi giorni però, accurati pubblici ministeri istruivano un gigantesco processo che guardava ai giocatori, ed alle loro squadre, in tutt’altro modo. Quest’altro, poco benevolo sguardo, metteva a fuoco un sistema corrotto, nel quale la violazione della norma era la regola. Apparivano personaggi senza scrupoli, per i quali l’obiettivo dominante era sì la vittoria, ma anche il guadagno che l’accompagnava. Da raggiungere ad ogni costo. Tra queste due immagini così contrastanti, milioni di persone oggi si chiedono: dov’è la verità?
La prima evidenza ormai nessun processo potrà cancellarla. Tutti l’hanno potuta vedere e ammirare, partita dopo partita, e le immagini di quest’eccellenza sportiva rimarranno nei cuori dei ragazzi, a mantenere viva la forza della speranza (di ogni speranza, non solo quella sportiva, o calcistica. Ogni emozione positiva dà infatti forza, e vita, a tutte le altre). La prima verità dunque, che insegna la difficile, ma anche esaltante vicenda del calcio italiano, è che colpe e responsabilità, se esistono, non possono automaticamente cancellare l’eccellenza, e la bellezza. Nella vita umana il talento, la generosità, la forza, non comportano necessariamente l’assoluta osservanza delle norme e dei regolamenti. I dispositivi giudiziari sono molto importanti per l’ordinata sopravvivenza della comunità, ma dalla loro osservanza o violazione non sempre (al di fuori dei casi di violenza), si può dedurre un giudizio morale. Ci sono moltissime persone accuratamente ligie alla legge, e tuttavia piene di sentimenti malvagi, ed una quantità di individui dai comportamenti irregolari, ma buoni e generosi. Un sentimento pienamente umano deve saper dare ad ogni aspetto della vita associata la sua importanza. La legge è uno strumento d’ordine, non un valore assoluto: non a caso essa muta nel tempo. Tanto è vero che può capitare (come è accaduto agli ufficiali tedeschi) di essere processati per aver obbedito ad una legge, prima in vigore ma non per questo meno ingiusta.
L’altra verità, che probabilmente questa vicenda illustrerà una volta di più, è l’assoluta duplicità della natura umana. Il moderno campione, che è una figura attualizzata dell’Eroe del mondo classico, lo dimostra perfettamente. L’individuo che presenta virtù e capacità particolari, presenta anche particolari difetti. Ulisse si traveste da donna pur di non partire per la guerra. Achille rischia di far vincere i nemici, per protestare quando Agamennone gli ruba la schiava. Allora, in assenza di Pubblici Ministeri, dovevano intervenire direttamente gli Dei per rimettere le cose a posto. Ma allora, come oggi, l’uomo perfetto, esente da colpe, vizi e peccati, non è mai esistito. In particolare fra gli Eroi, oggi i Campioni, la cui eccellenza tende però a predisporli anche a trasgressioni, straordinarie tanto quanto le loro qualità. Per questo i migliori Commissari Tecnici, e Dirigenti sportivi controllano severamente i temperamenti e le emozioni eccedenti del mondo del calcio, ed è giusto che la giustizia sportiva colpisca gli illeciti accertati. Senza però retoriche virtuiste. Il primo dovere delle squadre è addestrare dei campioni. E questo il calcio italiano ha saputo farlo perfettamente.






sono d’accordo con te, i calciatori non sono eroi ne’ santi. il calcio e’ un bello sport, non un mito. soltanto una nota.. e’ sempre Achille, e non Ulisse, a travestirsi da donna. Ulisse lo fa cadere in tranello con lo scherzone della spada!!
Comment by Luca — July 14, 2006 @ 11:49 am
Hai ragione Luca! E’ sempre Achille a vestirsi da donna (non si rilegge mai abbastanza, e poi io comincio a dimenticare…). Anche Ulisse-Odisseo però, non vuole partire in guerra (anche perché l’oracolo gli aveva predetto che sarebbe tornato in patria solo dopo vent’anni, solo e in miseria), e quindi si finge pazzo. Si fa così trovare dai reclutatori Agamennone, Palamede e Menelao con un cappello a foma di mezzo uovo in testa, arando con un bue e un asino aggiogati assieme, e buttandosi dietro le spalle manciate di sale! Palamede allora toglie il piccolo Telemaco dalle braccia di Penelope, e lo mette in terra davanti agli animali che conducevano l’aratro. Ulisse naturalmente ferma tutto, rivelandosi sano di mente, e deve partire per la guerra. Grazie, attento navigante, Claudio
Comment by Redazione — July 14, 2006 @ 2:40 pm