Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 3 luglio 2006

La spontaneità diventa difficile. “Chi oserebbe una vita autentica?” ha scritto un manager di successo al mio blog, commentando Pensieri & passioni di lunedì scorso. Il timore che essere se stessi sia troppo rischioso è oggi molto diffuso. Non solo tra i giovani, tra i quali un po’ di insicurezza è fisiologica, ma anche in tutti coloro che, in azienda o nelle professioni, devono seguire codici di comportamento che si vanno facendo sempre più precisi e definiti. Soprattutto però, dice il lettore: “nel mondo di oggi, influenzato dalla televisione, non ti puoi permettere di essere vero: devi sempre essere attraente e ammirato, per non trovarti da solo”.
E’ insomma lo stile mediatico degli spettacoli televisivi, “con la sua allegria obbligatoria, il suo dover essere “brillanti” ad ogni costo, che viene percepito come qualcosa che spinge alla falsità, e che non si può trasgredire se non a prezzo di un’emarginazione. “Molti – spiega il lettore – hanno paura di non essere “in” se non si mostrano sempre sorridenti, positivi e vincenti, anche se dentro si sentono morire”. Così, trattengono e nascondono le proprie emozioni e pensieri, piuttosto di apparire per quello che in quel momento sono.
Il lettore non si è inventato nulla; qualsiasi psicoterapeuta onesto deve continuamente affrontare casi di personalità “adulterate”. I rischi però, rappresentati da un comportamento “di maniera”, non spontaneo, sono maggiori di quanto sembri. Le emozioni “proibite”, e dunque inibite, la tristezza, il pessimismo, o semplicemente il non interesse a “brillare”, il bisogno di essere coerenti con se stessi, anche se non vengono accettati nel comportamento adottato (per fare spazio allo stile “vincente”), scivolano tuttavia nell’inconscio. E’ così che prendono forma molti noti mali contemporanei, dalla depressione, alle crisi di ansia e di panico.
Molto spesso, a provocare quella che poi si rivela improvvisamente come una depressione sono semplicemente molti momenti di tristezza rifiutati, magari per anni, perché, appunto, ritenuti poco “convenienti”, o poco accettati. Quest’accumulo di momenti problematici, in sé assolutamente naturali e anzi giustificati, produce nel tempo un fardello depressivo che improvvisamente appare insopportabile. Così come dietro a improvvise crisi di panico ci sono una serie di piccole paure mai accettate, pigrizie scartate senza prenderle in considerazione, stanchezze negate perché ritenute appunto anomale, strane, devianti rispetto all’euforia, o all’impegno nel divertirsi, dei propri simili. Poi, di colpo, ecco il non riuscire più ad avviare la macchina per paura di schiantarsi, il non poter prendere l’aereo, il non riuscire a raggiungere gli amici in una zona insolita, perché paralizzati dalla paura.
La verità è diversa, e più semplice di quanto si spiega nei mille manuali del nuovo “saper vivere”, generalmente spacciati anche come moderne guide al benessere, al successo, ed alla felicità. La verità è, semplicemente, che l’uomo non può che essere che ciò, e chi, veramente è. Inutile costruirti un’identità di “cittadino del mondo” se il tuo sogno è passare le vacanze nel paese natio; dannoso imporsi un’intensa vita sociale se sei timido, e magari di gusti selettivi; rischioso voler diventare il re delle barzellette, se non ti sono mai rimaste in mente, perché ti divertono per un minuto, poi te le scordi. Il vero successo, e l’autentico benessere, sono fondati sul rappresentare esattamente se stessi. E’ il non fingere che rafforza profondamente l’autostima, mentre il recitare una parte che non è la tua la sgretola.