Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 26 giugno 2006

Il caldo è stabilizzato, i vestiti alleggeriti e ridotti, i corpi saranno i protagonisti dei prossimi mesi. L’attenzione è concentrata nel mostrarli, e l’osservazione nel guardarli, valutarli. Eppure sappiamo che questi corpi così esibiti, curati, studiati, sono forse la nostra fonte d’insicurezza più profonda. Non è solo lo psicoanalista a dirlo: anche il chirurgo plastico, il medico generico, perfino la maestra di scuola e il sacerdote apprendono, dalle richieste e dai racconti delle persone, le mille insicurezze che accompagnano oggi il loro corpo. Che, per la maggior parte della gente, non va mai bene. Ragazze efebiche si sentono troppo grasse e pesanti, giovani robusti si vivono come dei ragnetti inconsistenti, la forma accettabile non è quasi mai riconosciuta nel proprio corpo, ma sempre altrove: su un manifesto, una copertina, una star, un vicino/a di casa ritenuto più fortunato. Da dove nasce questa diffidenza, quasi un’antipatia, tra l’occidentale e il suo corpo? Che è forse l’”oggetto” su cui investe di più (denaro, attenzione, cure), e che lo soddisfa di meno?
Il fatto è che negli ultimi trenta anni (a conclusione di un processo iniziato molto prima), il corpo ha cambiato, per così dire, il suo status. E’ sempre meno vissuto come un dato naturale, qualcosa che si riceve appunto dalla vita, come l’anima, il carattere, l’ingegno, e sempre più come un oggetto, un prodotto, da paragonare ad altri “prodotti”, come appunto i corpi e i volti delle star, che proprio come oggetti vengono presentati e venduti (nei calendari, nelle sponsorizzazioni, ed in mille altre modi).
Proprio in quanto oggetto, e non dato della natura, non si pensa più che il miglioramento del corpo sia realizzabile soprattutto nella natura: per esempio con uno (o più) sport, con una buona alimentazione, un regime di vita sano. Certo, anche tutte queste cose ruotano intorno a quell’“oggetto misterioso”, che è diventato ormai il corpo. Ma, anche qui, più sotto forma di prodotti di consumo, mode, audiovisivi da comprare, che come esperienze, saperi naturali, destinati a migliorare quell’altra opera della natura che ogni corpo è. Tutte queste cose, diete, alimentazione, sport, sono diventate a loro volta prodotti culturali, tendenze di costume. Anche se parlano di cose da mangiare, o esercizi da fare, si smaterializzano, s’intellettualizzano, diventano quasi materie da imparare, non esperienze in cui mettere alla prova il proprio corpo, per migliorarlo.
In questa tempesta di nozioni astratte (anche se riguardano magari come trattenere un vino tra lingua e palato, prima di inghiottirlo), il corpo diventa sempre più uno scolaro confuso. Accade così che o rifiuta del tutto questo sapere intellettualizzato su cose che sa essere elementari come la carne, il sangue, il cibo, e diventa magari obeso, o iperteso in giovane età; oppure studia tutto alla perfezione, rischiando la nevrosi ossessiva e l’anoressia.
Come uscire da questa “trappola mortale”, organizzata in modo automatico e largamente inconscio dal sistema delle comunicazioni, e dal modello di cultura prevalente, per inglobare ogni attività corporea nel mondo dei consumi? Chi lavora col disagio psichico, avverte la necessità di un richiamo alla concretezza. Occorre che signore e signori la smettano di guardare al proprio corpo come un soprammobile, un oggetto di design, e che si abituino ad interrogarlo, a sentirlo. Giudicarlo severamente, come dei padroni inflessibili, non serve, visto che da lui dipende buona parte della nostra vita. Meglio, piuttosto, diventare suoi attenti e benevoli amici.