Don Giovanni: lo strapotere dell’erotismo
(di Roberto Mussapi, da “Il Giornale”, 21 giugno 2006, www.ilgiornale.it)
Finalmente. Era l’ora. Un libro su uno dei principali miti moderni: Don Giovanni l’ingannatore, di Claudio Risé (Frassinelli, pagg. 166, euro 16). Forse è già moderno Amleto, il mito dei miti, accanto all’antico Ulisse. Nasce nel XVI secolo, età elisabettiana, diviene subito eterno, emerso dal passato e subito immerso nel nostro presente. Poi il Dottor Faustus, prima nel magnifico dramma di Christopher Marlowe, sempre età elisabettiana. Lo scienziato, dottore, filosofo, teologo che vuole sostituirsi a Dio stilando un patto col diavolo, sarà ripreso poi da Goethe, e, in quanto mito, da molti altri.
In piena età controriformista, in un’opera di Tirso de Molina, spagnolo, viene alla luce Don Giovanni: seduttore, conquista le donne nel buio, di notte, spesso mascherato, spesso stuprandole, sempre ingannandole. Ripreso in almeno due capolavori, l’opera di Mozart su testo di Da Ponte e la commedia di Molière, il cupo conquistatore diviene un simbolo premonitore, forse profetico. Oltre alle grandi opere sceniche ispira una vastissima produzione saggistica, diviene un modello di vita nell’età dell’Illuminismo, un simbolo di ribellione all’ordine convenzionale nell’Otto e nel Novecento.
Finalmente un libro che non cade nei luoghi comuni e ci presenta Don Giovanni per quello che sempre mi è parso: un collega minore di Satana, un diavolo di serie B. Nel suo illuminante studio Claudio Risé, un autore che leggo da vent’anni e che brilla per intelligenza e spirito libero, indaga la figura del bieco conquistatore di femmine attingendo ai testi in cui prende forma e fisionomia, lo legge nelle pagine in cui nasce, sottraendolo a fumose interpretazioni ideologiche, psicanalitiche, pseudoesistenzialiste. Don Giovanni, ci fa notare Risé, non è posseduto dall’eros, e nemmeno il sesso è il suo demone: per l’avventuriero nobile e altolocato, nonché squattrinato e debitore insolvente, la conquista si esaurisce nell’atto sessuale, poi la fuga, rapida, con il cavallo già pronto e il servo all’erta. Don Giovanni non ha nulla a che vedere con il piacere puro e drammatico dell’eros, vuole il possesso, la vittoria, il numero delle donne da scrivere nel suo catalogo.
L’eros muove il mondo, da sempre: nei lirici greci, poi a Roma in Catullo e in Properzio, è una divinità tormentosa e angosciante, che ci conduce al piacere ma contemporaneamente ai limiti di un amore che sfugge e svanisce nella nostra breve esistenza. L’infedeltà, il tradimento amoroso, con il loro dramma, agitano il pianto diurno di Ulisse nella grotta di Calipso, drammatizzano il suo desiderio di ritorno all’origine, all’isola di Itaca, alla moglie Penelope in contrasto con l’incanto dell’amore della dea sottomarina che lo ammalia e inizia a conoscenze profonde. Dante piange di fronte a Paolo e Francesca, Lancillotto ama talmente il suo re Artù da innamorarsi della regina Ginevra.
Fuori da quest’ottica drammatica abbiamo l’eros pieno del grande poeta Walt Whitman, fondatore della letteratura della nuova America: il suo amore sorgivo, spirituale e sensuale, è inscritto in un atto di religiosa adesione al miracolo del cosmo, al rumore dei fiumi, al mormorio del mare, al canto degli uccelli, al miracolo delle città che stanno nascendo. Amore, Eros, non sfiorano Don Giovanni, impegnato a conquistare le donne per poi abbandonarle fuggendo. Non c’è palpito in lui, ma solo esaltazione statistica, e infatti quando il servo gli domanda se creda almeno in qualcosa, egli risponde di credere che due più due fanno quattro, e quattro più quattro otto. Come ribadisce Risé, a Don Giovanni interessa il potere, un potere inteso come sovvertimento dell’ordine, in nome di un caos di cui vuole essere signore. Non ama le donne, odia l’uomo: gode ostentatamente nel tradire i mariti, uccide il padre di Anna che esce a difenderne l’onore, sfida, nella commedia di Molière, il padre supremo, Dio, piegando ai suoi desideri una suora. Non è un innamorato perenne e confuso, non è un essere posseduto dal desiderio sessuale, ma un satanico cultore della divisione e della distruzione.
Scrive magistralmente Risé che anziché esaltarlo e farne una specie di eroe del libero pensiero, quando si trattava solo di un miserabile libertino, l’Otto e il Novecento avrebbero fatto bene a trattarlo come fece il secolo in cui nacque, cioè spedirlo, senza tante storie, all’Inferno.






La vergogna delle intercettazioni presenta un’Italia luogo di uomini che da figli di Dio sono ridotti dal relativismo in oggetti senza dignità. Alcuni i più miserabili dediti anche al “sesso di scambio”.
Il paradosso che stiamo vivendo è nel fatto che, irreggimentati dalla dittatura intellettuale del relativismo, MALE del XXI secolo, ci lasciamo spingere verso il baratro.
Claudio Risé nel suo libro ‘Don Giovanni l’ingannatore’ dà una giusta illuminazione sulle cause del degrado della società europea attuale.
Il suo Don Giovanni appare metafora del nascente uomo relativista, un satana minore, un diavolo di serie B: un altolocato, debitore insolvente, incapace di Amore e di Eros, che spiega al suo servo l’unico suo credo essere nel 2+2=4; 4+4=8.
Il Don Giovanni di Risé non è un superficiale innamorato perenne e confuso, posseduto dal desiderio sessuale, è solamente una satanica espressione dell’uomo oggetto senza dignità da difendere, uomo oggetto da usare, consumare e poi buttare.
A quattro secoli dalla nascita di Don Giovanni oggi in Europa e in Italia è presente massicciamente l’uomo costruito dalla dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia, come ultima misura, solo il proprio io e le sue voglie.
Il relativismo ha prodotto l’assurdo culturale e storico di negare che l’Europa e l’Occidente siano quel che sono solo perché cristiani, e di inventare una Costituzione Europea che non riconosce Dio e tanto meno le radici cristiane dell’Europa.
Che cosa significhi in concreto tale orientamento relativista lo spiega mirabilmente Claudio Risé quando racconta di Don Giovanni che arriva a Lanciano (Chieti) dicembre 2005.
“Molte cose sono cambiate dai tempi del Burlador, soprattutto attorno a lui. In modo particolare, non sempre è lui quello che deve prendere la donna, ma spesso sono le donne che, avvalendosi delle loro nuove libertà, gli chiedono di prenderle.
Così infatti ne parla una ragazza, in mezzo a un gruppo di coetanee, durante un programma di telefax, unica televisione locale di Lanciano, il 7 dicembre 2005. . Mentre la ragazzina parla, le altre, davanti alla telecamera, annuiscono col capo. In questo racconto breve c’è già il nucleo principale della figura di Don Giovanni (uomo oggetto senza Dio n.p.) attualizzata all’inizio del terzo millennio e drammatizzata da adolescenti della provincia meridionale italiana, Europa del sud”.
A questo punto chiediamoci: c’è speranza? SI!
E’ nella forte tensione verso i grandi valori morali, quali sono libertà, giustizia, pace, che si concretizzano in una società nelle non negoziabili architravi della vita, della famiglia, dell’educazione.
Tensione che vibra e brilla tra i giovani occidentali che a milioni rifiutano il nichilismo relativista e si mobilitano per il futuro indicato dalla Chiesa nel Verbo di Gesù.
Si tratta del profondo messaggio divino che sempre, anche nelle situazioni più disperate si scava una via per arrivare al cuore degli uomini e rivolgerli al bene.
Certo le architravi della società moderna e futura, vita - famiglia - educazione, trovano oggi una volontà demolitrice nel governo relativista della sinistra di Prodi.
Ma pare che su questa via la sinistra stia costruendo ingloriosamente la sua fine.
Comment by Epifanio Giudiceandrea — June 23, 2006 @ 7:21 pm
Caro Epifanio, non cadere nell’errore di proiettare tutto il male fuori di te e di esorcizzarlo usando come caprio espiatorio una figura letteraria come il Don Giovanni che addirittura identifichi con l’uomo relativista antitetitco al Dio eterno e immutabile che la costituzione europea, colpevolmente, ignora.
Il prof. Risè, di cui ho letto i libri sulla figura del padre e di cui seguo spesso il blog, non credò intendesse prestare il Don Giovanni ad una così manichea e confusa (è la confusione ad essere nemica della Verità, non il pluralismo) interpretazione del Bene e del Male. Brandire il verbo di Gesù come un’arma impropria contro il male che ti circonda,e che in Prodi trova una sua reincarnazione, mi sembra piuttosto un delirio fondamentalista che non una fruttuosa lettura dell’opera di Risè.
La prima regola che ogni vero conoscitore dell’animo umano, qual’è il prof. Rise,conosce e insegna è ricoscere che il male, il narcisismo, l’istinto di possesso, la seduzione diabolica, abitano il cuore di ogni uomo e non di una parte politica. Guarda dentro di te Epifanio e troverai il Don Giovanni che reifica la verità del corpo (l’unica verità riconosciuta dal cristianesimo è quella incarnata) e s’illude di possedere, insieme al copro, anche la Verità.
Alessandro Sganga
Comment by Alessandro Sganga — February 23, 2007 @ 5:26 pm
Una certa maniera di vivere la sensualità, imperante nelle immagini e nei fatti che ci capitano sotto gli occhi ad ogni angolo di strada, dà effettivamente l’idea di centrare assai di più con la volontà di sfogare una brama frustrata di potere che non con una ricerca di piacere (si considerino certi spot, se non altro).
Ed è triste il numero di giovanotti/e che s’intrattengono confrontando i loro “cataloghi” di madamine/i.
Fidarsi, investire seriamente in un rapporto, diventa sempre più difficile, quando sai che c’è chi ti vorrebbe solo incasellare.
Comment by Roberto L. Ziani — September 11, 2007 @ 9:45 am