Claudio Risé, “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 19 giugno 2006

“Se fosse bionda, e non bruna”, “se lui avesse un portamento migliore”, “se fosse più disinvolto”, “se stesse un po’ zitta ogni tanto”, “se si mostrasse più appassionata”, “se fosse più discreto”: così pensano spesso l’uno dell’altro gli amanti, gli sposi. Fuggevolmente, senza soffermarcisi, se sono di buon umore; oppure costruendoci sopra dei veri e propri scenari di un’altra storia, diversa dalla realtà, se sono spazientiti. Per solito credono che sia un semplice gioco d’immaginazione, pensano solo di sognare un po’. Non si rendono invece conto che questa donna, o uomo immaginari, sempre più spesso visitati dal pensiero, e dal cuore, finiscono col diventare dei fantasmi, che si mettono insidiosamente di mezzo tra i due protagonisti, in carne ed ossa, della relazione.
Sono loro, queste figure immaginarie, i veri rivali del partner. Il quale spesso avverte la presenza di un intruso, e diventa perfino geloso/a, magari di qualcuno che non c’entra per nulla. A volte però, l’“amante ideale” viene davvero “proiettato”, riconosciuto in una persona reale, che diventa così un potenziale antagonista del partner. In questo gioco di specchi e di riflessi, dove l’immaginario continua ad invadere lo spazio della realtà ed a sovrapporsi ad essa, la storia d’amore perde forza, e spesso finisce.
Si dice allora, per spiegare l’accaduto, che “è finito l’amore”. Non è però veramente l’amore che si è esaurito, come si vede poi spesso, ritrovandosi, e scoprendo di desiderarsi, di pensarsi, insomma di amarsi ancora. Ciò che è finito è piuttosto quell’investimento continuo nella relazione, quell’accettare l’altro per come è, come un dono da scoprire sempre, che è l’indispensabile condizione per la crescita del rapporto. Si è indebolita la passione per l’altro nella sua diversità, nella sua sorprendente distanza da noi, che è poi ciò che lo rende davvero attraente, nel tempo lungo. L’interesse per l’amato/a è stato lentamente vampirizzato da un fantasma, che di solito rappresenta contenuti che ci appaiono come “ideali”, ma gratificano in realtà il nostro narcisismo. Di fronte alla sfida quotidianamente rappresentata dalla diversità dell’altro, abbiamo spostato il nostro affetto e il nostro desiderio su un fantoccio-fantasma, che rappresenta di solito gli oggetti amati della nostra infanzia-adolescenza. E’ come quando, frastornati dalle acque agitate di un matrimonio adulto, ci si rifugia nel porto sicuro e conosciutissimo del primo amore dell’adolescenza. Forse ancora poetico. Ma anche, per solito, ormai immobile, e poco vitale.
Il vero nemico della relazione d’amore è, insomma un’immagine di donna, o di uomo, perfetti, come li abbiamo sempre desiderati, che non sono altro che il monumento al nostro personale narcisismo. L’unica donna, e l’unico uomo, che il nostro Ego onnipotente ed infantile ritengono degna/o di stare accanto a Sua Signoria l’Io. Questa costruzione levigata e perfetta, come una statua o come una star, senza una screpolatura né una ruga, ha la principale funzione, a livello inconscio, di rinchiuderci nella gabbia della nostra solitudine.
L’“altro ideale”, che accompagna e rassicura l’immagine narcisistica dell’io, serve a consolarci nella nostra riluttanza ad avere una relazione profonda con un essere diverso da noi, che non ha nulla a che fare con quell’amato/a adolescente che abbiamo a suo tempo spiato e desiderato dentro lo specchio. La persona che abbiamo accanto è troppo diversa, dunque va lasciata. Abbandonando la passione della diversità però, decretiamo la fine del nostro sviluppo affettivo, e perfino intellettuale.