(di Nicoletta Tiliacos, “Il Foglio”, 8 giugno 2006, www.ilfoglio.it)

Ingannatore, parricida e becchino del desiderio.

Mai Don Giovanni si è rassegnato all’inferno dove lo hanno via via precipitato Tirso de Molina e Molière, fino a Lorenzo Da Ponte, librettista di Mozart. E’ sempre lui il prototipo del seduttore seriale, la risorgente e perfetta immagine del libertinismo come manifesto. Ed è ancora lui che prova a dettare, a suo modo, le regole delle relazioni amorose della postmodernità. Non è difficile riconoscere in Don Juan, per esempio, il vero nume tutelare di una star della pop-filosofia contemporanea come Michel Onfray, che nella sua Teoria del corpo amoroso (Fazi) scioglie un inno al libertinaggio, alla “carne senza colpa” e senza responsabilità, all’eros “leggero e ludico” come soluzione al male di vivere. Basta non soffrire, basta non cadere nella trappola della possessività, suggerisce convinto Onfray, e nessuno che gli rida davvero in faccia come si meriterebbe. E poi ci sono le geometrie che a volte si divertono ad apparentare storia e simboli letterari, e che invitano a considerare come la patria di Don Giovanni, la Spagna, è oggi anche il battistrada europeo di una trasgressione così piena di buone intenzioni che ha bisogno di farsi norma, di legittimare e regolare tutto o quasi tutto.
Claudio Risé, psicoanalista junghiano, attento da sempre alla tematica della paternità, nel suo Don Giovanni, l’ingannatore. Trappola mortale per donne d’ingegno, appena uscito per Frassinelli (160 pagine, 16 euro) racconta le ragioni del potere e del fascino di Don Giovanni, attraverso le tracce lasciate nell’arte, nella storia, nella psicoanalisi. A torto, dice Risé al Foglio, «quel personaggio è visto come metafora del desiderio. Non di desiderio ma di pulsione divorante, di fame assoluta si deve parlare nel suo caso. Don Giovanni riesce a consumare il suo estremo inganno, di cui lui stesso è vittima, perché non vuol vedere la rovina che lo aspetta al termine del viaggio, non ascolta le ammonizioni, pensa che ci sia sempre tempo per sperimentare altre e più estreme libertà. La sua è la politica dell’appagamento immediato e senza progetto, che invece nel desiderio c’è sempre. ‘Condannare’ Don Giovanni, smascherarne la falsa libertà, non significa quindi condannare il desiderio, al contrario: significa esaltarne la ricerca, la crescita, la trasformazione vitale. L’apparente vitalità di Don Giovanni ci appare invece irrimediabilmente mortifera».
Quello che Don Giovanni non sa, continua Risé, «è che, perché la pulsione diventi desiderio, all’essere umano deve essere consentito di cercare e di trovare la propria norma, che non è mai un fatto solipsistico e autoreferenziale, ma dialoga con il resto del mondo e dei soggetti».
Il paradosso di Don Giovanni, allora, «è che non è affatto libero, come lui si pretenderebbe e come altri si ostinano a vederlo. E’ schiavo, invece, della propria fame sensuale e della propria pulsione trasgressiva. Le donne per lui sono solo un pretesto: quello che Don Giovanni vuole è infrangere la legge del padre. La sua vera lizza, la sua lotta è contro il padre: nella prima scena del racconto che lo riguarda lo vediamo uccidere il genitore di una delle sue vittime-amanti e nell’ultima è il fantasma dell’assassinato, il Commendatore, che lo trascinerà all’inferno. Tutto si gioca tra Don Juan e la figura paterna: delle donne, ripeto, poco gli importa. Nella narrazione di Molière, promette al mendicante una moneta d’oro purché bestemmi Dio».
Il disegno paterno per eccellenza è infatti quello divino «e nelle narrazioni che riguardano Don Giovanni questa cosa è sempre molto chiara. La passione che lo anima è quella del caos, il rifiuto di accettare che le proprie pulsioni si trasformino in desideri e in progetti. Ma, se non ci si dà un limite, il senso delle cose è indecifrabile».
Risé aggiunge che «Tirso da Molina, che arriva dopo la Controriforma, è il primo a trasformare l’archetipo popolare di Don Giovanni in personaggio letterario proprio perché era fortemente preoccupato della liquidazione del modello erotico, di relazione amorosa, che era stato fino a quel momento quello proprio dell’Europa, e cioè l’amor cortese, a vantaggio della volontà di prevaricazione e di possesso, che Don Giovanni incarna. E che poi finirà nel modello sadiano postrivoluzionario, che teorizzerà il piacere attraverso la sofferenza dell’altro. Già a Don Giovanni nulla importa del dolore altrui, ma il marchese de Sade lo teorizzerà». L’inaffondabile Don Giovanni, conclude Risé, «è in realtà la modernissima figura di consumatore seriale dell’amore altrui, spacciato per paladino di libertà».
Nicoletta Tiliacos