(Intervista a Claudio Risé di Silvia Sereni, “Confidenze”, maggio 2006)

Il classico seduttore non è affatto passato di moda. E può annidarsi ovunque. Lo sostiene Claudio Risé in un saggio che aiuta le donne a guardarsi dentro.

Capita quando meno ce lo aspettiamo. A una festa, per strada, sul lavoro. D’un tratto, abbiamo occhi solo per lui.
Per un uomo che magari a prima vista sembrava come tanti altri, ma che ha saputo guardarci in un certo modo. Oppure, non ci ha guardate affatto, e, proprio per questo, è diventato desiderabile. Un uomo che ci fa sentire vive, ma anche fragili, dipendenti da un suo sorriso. Un seduttore al cui fascino non sappiamo resistere, e che, subito dopo essere sicuro di averci conquistate, magari semplicemente attraverso una storia fatta di soli sguardi, sparisce nel nulla.
E’ il classico Don Giovanni, il collezionista sciupafemmine. Quello sempre pronto a fare la corte a tutte. Per generosità, a sentir lui. Perché, come dice il protagonista della famosa opera di Mozart dedicata al più noto dei libertini, «chi a una sola è fedele, verso l’altre è crudele».
Oggi forse il suo luogo d’azione preferito è Internet, dove l’anonimato gli assicura la massima libertà. Ma può annidarsi ancora ovunque, dal bar sotto casa alla discoteca.
A dirlo è lo psicanalista Claudio Risé nel saggio Don Giovanni, l’ingannatore (Frassinelli, 17 euro). Qui si parte da un recente fatto di cronaca, una vicenda avvenuta a Lanciano, in provincia di Chieti, nel dicembre del 2005.
Protagonisti, un giovane Don Giovanni locale e una ragazza brava a scuola, ma che, a detta delle amiche, fa di tutto, a partire dagli abiti, per farsi notare. Un fatto cupo, che termina con una triste violenza di gruppo. Ma che inizia con la classica fascinazione che esercita sulla donna il gallo di turno.

Possibile che le donne cadano ancora vittime del classico rubacuori? Non siamo ancora vaccinate?
In apparenza, sì. Le donne di oggi sono molto più autonome e sicure di sé, rispetto al passato. Eppure, a livello inconscio, in molte trovano gratificante essere viste come oggetti di conquista.

Vuol dire che siamo ancora pronte a cadere nella rete del primo Don Giovanni?
Razionalmente, sicuramente no. Non c’è donna che non si senta superiore a questa trappola. Ma al livello inconscio, è tutto un altro discorso. Sentirsi desiderata dal classico seduttore risveglia nella donna il lato più arcaico e infantile. E questo, paradossalmente, accade soprattutto a quelle che hanno puntato sulla propria carriera e sulle proprie doti intellettuali. Nella mia quotidiana pratica di psicanalista, mi capita spesso di venire in contatto con donne professionalmente affermate che cadono in comportamenti adolescenziali perché un Don Giovanni le ha guardate.

Ma dei Don Giovanni bisogna sempre diffidare?
In genere, la relazione con uomini del suo tipo si rivela una trappola mortale. Perché il vero Don Giovanni non vuole una storia d’amore. L’altra persona non gli interessa se non come modo per affermare il proprio narcisismo. Don Giovanni non vuole entrare in rapporto con il mondo. Vuole divorarlo, farlo suo.

Un prepotente, insomma?
Direi piuttosto una personalità forte, ma malata. Perché è incapace di costruire una relazione paritaria. Accettare di vedere il simile come persona pari a se stessi è una grande sfida che va vinta. E questo vale naturalmente, non solo per l’uomo, ma anche per la donna. Lo si vede anche nell’amicizia. Certi sanno circondarsi solo di persone che considerano inferiori a sé. Proprio come il Don Giovanni dell’opera di Mozart, che dialoga solo con il servo Leporello.

Molti studiosi hanno teorizzato che Don Giovanni in realtà non riesce ad amare le donne perché ha adorato a tal punto la propria madre da non essere capace di sostituirla con una donna da sposare. E’ così?
No, in realtà, secondo me, il problema di Don Giovanni non è il rapporto con la madre, ma con il padre. Di cui non accetta l’autorità. Vuole fare tutto come vuole lui, non accetta regole. La vera storia del Don Giovanni è la storia del conflitto tra il padre e il figlio. E’ una contesa tra uomini, in cui la donna ha il ruolo dell’oggetto del contendere. Il padre rappresenta l’uomo adulto, che protegge la donna e i figli. Il figlio è l’uomo predatore, egoista, che desidera solo servire il proprio egocentrismo.

Anche le donne possono essere dei Don Giovanni?
Sì, lo dimostrano molte delle lettere che ricevo dalle mie lettrici. Che esprimono il desiderio di non legarsi a nessuno, per sentirsi più libere. Ma che in realtà, come certi uomini, non sanno creare una relazione affettiva autentica.

Insomma, del dongiovannismo non si salva niente. Eppure gli artisti, gli scrittori, ne hanno fatto un personaggio affascinante. A cosa è dovuto questo fascino?
Al fatto di essere irraggiungibile. Sembra che sia lì, a portata di mano, ma in realtà già domani sarà da un’altra parte, chissà dove. Questa mobilità inafferrabile rende la sua figura inquietante, ma anche affascinante. Perché ne fa un personaggio a cui la donna può attribuire con la fantasia le caratteristiche che desidera. E’ l’uomo del sogno, non della realtà. Conosco donne che per inseguire questo sogno, hanno buttato all’aria la famiglia. In realtà, sono corse dietro a un’ombra.

Cosa consiglia alle donne? Come si fa a non cadere nella trappola dei moderni Don Giovanni?
Il mio consiglio è di non impedirsi di sognare. Ma di non rinunciare a confrontare il sogno con la realtà. Don Giovanni è l’uomo dell’istante. Non è l’uomo capace di appagare il desiderio della donna, nemmeno sessualmente. Io dico sempre che bisogna fidarsi prima di tutto del proprio corpo. Qual è l’uomo con cui ci sentiamo bene, con cui siamo davvero a nostro agio? L’imprendibile, egocentrico, infantile Don Giovanni, o l’uomo capace di abbandono, di cui sappiamo di poterci fidare? Io, tra i due, al posto di una donna, non avrei dubbi, sceglierei il secondo.

I mille volti di un mito
La figura di Don Giovanni è così mitica che le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Come fa notare Claudio Risé nel suo saggio, Don Giovanni è già presente nella mitologia greca: Zeus, il padre degli dei, era un autentico sciupafemmine, divine e no. Il primo però a chiamarlo Don Giovanni, raccontandone per filo e per segno le imprese, è stato lo spagnolo Tirso de Molina nella commedia Il beffatore di Siviglia (1630). In seguito, come racconta Loredana Lipperini nel suo libro Don Giovanni (Castelvecchi, 16 euro), il mito di Don Giovanni è stato ripreso da infiniti scrittori e artisti. Ma la storia più potente che sia mai stata narrata su di lui resta il Don Giovanni di Mozart, sia per la suggestione della musica che per le parole del libretto di Lorenzo Da Ponte.