La conservazione è lo sviluppo italiano
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 5 giugno 2006
L’innovazione è la chiave dello sviluppo. Lo si ripete ovunque, come un mantra, una giaculatoria benaugurante. Ma è poi vero? Soprattutto, è vero per tutti, e nella stessa misura? Che possibilità ha l’Italia nell’innovazione tecnica quando in città cinesi da noi sconosciute ci sono quattro o cinque Politecnici, decine di laboratori universitari iperfinanziati e collegati con i mercati dell’elettronica, e a loro volta in concorrenza con quelli di Singapore o del Giappone? Del resto, alcuni, come Paul Krugman, cominciano a dire che queste “professioni ad alta specializzazione” tecnica rischiano di fare tra un po’ la fine dei tessitori dell’’800, messi poi in crisi da alta concorrenza e nuove tecnologie. C’è invece un mercato che nessuno può sottrarci. Non l’innovazione, ma la conservazione. Abbiamo un patrimonio artistico senza uguali, che tutti i nostri concittadini globali vogliono vedere, almeno una volta nella vita. Inoltre, per fortuna non abbiamo distrutto troppo del nostro straordinario passato, che ancora si respira e si vede nelle nostre città, e nelle nostre campagne.
Le nostre città sono belle: o magiche, come Venezia, o armoniose, come i nostri centri di provincia, o forti e vitali, con dintorni antichi e irripetibili, come Napoli. E’ qui che l’Italia deve applicare l’innovazione: nella capacità di conservare al meglio questo straordinario territorio, di mantenerlo vivo e interessante, di evitare che diventi un grande “parco a tema”, una gigantesca Disneyland della storia dell’arte, e della bellezza mediterranea, certo interessante, ma invivibile. Poi, qualche genio dei “chips” elettronici, che magari finirà, com’è capitato, a venderne pure alla Nasa, ci sarà sempre. Ma il “core business”, il centro dell’economia italiana, continuerà ad essere, com’è da sempre, la produzione di bellezza, di stili di vita piacevoli, d’oggetti e materiali che poi tutto il mondo ci ammira e compra. Come accade appunto con la moda, e il design. E come indica, il sociologo italo-francese Giuliano da Empoli in: La sindrome di Meucci. Contro il declino italiano, Marsilio.
Certo, per realizzare uno sviluppo fondato sulla conservazione è indispensabile una qualità di cui gli italiani difettano: l’orgoglio delle proprie realizzazioni. Noi siamo i meno “nazionalisti” dei grandi paesi d’Europa. Questo è un bene perché ci rende capaci di accogliere senza difficoltà artisti e talenti da ogni parte del mondo (com’è avvenuto nella moda), ma gioca contro di noi quando c’impedisce di presentare queste realizzazioni come risultato del “modello italiano”. Nessuno può “vendere” bene qualcosa di cui ignori il valore.
Anche dal punto di vista culturale, e politico, perdiamo troppe energie a piangere sul “ritardo” italiano. Il vero ritardo consiste nel non accorgersi di ciò che abbiamo, mentre il resto del mondo ce lo copia con frenesia, dalla pizza all’alta gastronomia. Non ci accorgiamo che, se il vero know how italiano è la bellezza ed il saper vivere, la sfida è quella di valorizzare la prima, e rendere possibile il vivere bene, cioè rispettando propri ritmi. Che, nell’epoca della globalizzazione, per molti sono quelli di lavorare di giorno, a magari far la spesa e mangiare di notte. E allora occorre che i negozi e i ristoranti possano rimanere aperti quanto pare a loro, ed alla loro clientela, come in tutte le città vive del mondo. Naturalmente occorre anche la sicurezza, seppur non ingessata in un ordine militaresco: l’emozione va bene, le pallottole vaganti no. Insomma conservare può essere divertente, e innovativo. Basta farlo.





