Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 1 maggio 2006

“Siamo tutti paranoici”?, era il titolo di un dibattito che furoreggiava nella cultura francese, poco prima che (non solo a Parigi) cominciassero gli incendi nelle banlieues, le periferie urbane. La risposta è stata ambigua, ma di certo non negativa. La passione-timore per qualcuno che con la sua stessa presenza ti perseguita e ti minaccia, ha preso possesso dell’europeo dell’inizio del terzo millennio. Egli teme ossessivamente l’altro: non però l’autenticamente diverso, colui che viene da lontano, che appartiene ad un’altra cultura. Nel caso della Francia, ad esempio, non era tanto sui giovani islamici non integrati che si appuntavano i timori del parigino medio. Piuttosto, l’attenzione ostile riguardava i gruppi antiabortisti francesi, una cui manifestazione, di preghiera in ginocchio, sul sagrato di Notre Dame fu attaccata violentemente dalla polizia, che arrestò l’ultraottuagenario pediatra, leader del gruppo, che intonava l’Ave Maria.
L’europeo di oggi sfugge al confronto con l’altro ma dirige piuttosto i suoi timori sul vicino, quello come lui, che viene da una storia comune, che ha la sua stessa pelle. Non c’è la forza necessaria per vedere il possibile nemico in colui che uccide i tuoi fratelli soldati che rischiano la pelle in una missione di pace, per aiutare un popolo a costruire la democrazia in un paese dove c’era un tiranno. No, il nemico, il possibile persecutore, è il tuo concittadino. Che magari, però, ha uno status diverso, un’appartenenza politica diversa, figli, o genitori, diversi dai tuoi.
Anche in Italia, le manifestazioni pubbliche sono una perfetta rappresentazione della patologie individuali presenti nel tempo, e portate sul piano collettivo. Il caso di Paolo Brichetto Arnaboldi, l’ex partigiano della brigata Franchi, già deportato nel campo di Dachau, cacciato con insulti irriferibili dal corteo del 25 aprile a Milano, con la figlia Letizia Moratti che ne spingeva la carrozzella, illustra perfettamente questa forma di paranoia collettiva. Che continua a guadagnare terreno in quei paesi europei nei quali la crisi dell’identità nazionale è più insidiosa. Non basta, infatti, cantare l’inno nazionale per essere un popolo unito. Frutto dello stesso, grave, malessere identitario e affettivo sono gli insulti che hanno accolto, in quel medesimo corteo, i partigiani italiani della Brigata Ebraica, e che hanno provocato, poco più in là, nella stessa mattinata, l’incendio delle bandiere di Israele. Anche qui la manifestazione di odio, e di aggressione , è diretta contro il fratello, che ha, a suo tempo, combattuto con te lo stesso nemico, e ne è stato vittima.
E’ anche interessante, e molto inquietante, che quel nemico, il nazismo, combattuto insieme da italiani di diversi orientamenti e fedi religiose, fosse a sua volta un’ideologia caratterizzata dallo stesso, forte elemento paranoide, (presente anche in queste iniziative): il timore per il nemico “interno”, che allora erano gli ebrei. L’odio verso i quali, come si è visto anche il 25 aprile a Milano, è d’altra parte ancora oggi coltivato (e non particolarmente represso, se è possibile bruciare pubblicamente le loro bandiere senza che nessuno intervenga).
La paura, che porta all’aggressione, del nemico “interno”, rivela un male profondo dell’individuo. E’ purtroppo vero il vecchio adagio psichiatrico che “il paranoico ha sempre le sue ragioni”. Il nemico interno esisteva davvero, anche per Hitler. Ma era dentro di lui. E’ solo riconoscendo questa insicurezza e disagio personali, che qui vengono invece negati, che si risana una collettività.