Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 27 marzo 2006

Diminuisce, tra gli europei (ed anche tra gli italiani) il piacere di riprodursi. Per alcuni popoli il rischio estinzione si calcola in pochi decenni. In un’Olanda che si prevede fra non molto a prevalenza islamica, molti giovani hanno cominciato ad andarsene, dando luogo ad una forte emigrazione verso l’Australia, paese la cui cultura (di origine europea) non sembra invece destinata a autoliquidarsi in breve tempo.
In Italia i ritmi sono più rallentati, ma egualmente incisivi. Tre milioni in meno entro la metà del secolo, ci avverte l’ultimo rapporto Istat, di qualche giorno fa. Il che significa un ambiente demografico e culturale dominato da anziani, meno grida infantili e sguardi più cauti, meno incalzati dalla curiosità di scoprire una vita di cui si sa già molto, e il resto lo si teme. Ma significa anche il collocarsi, tra noi, di altre culture, tra le quali con ogni probabilità quella islamica, in una posizione sempre più importante rispetto a quella italica. Da dove deriva questa diminuita passione per la propria riproduzione, per la continuità della propria stirpe, della propria storia e della propria cultura?
Un pregiudizio corrente ritiene questo atteggiamento un atteggiamento tipico della modernità. L’uomo di oggi non attribuirebbe più valore alla continuità del proprio gruppo, familiare, etnico, religioso, perché questo sarebbe un valore arcaico, proprio delle epoche passate. Si tratta di una posizione senza fondamento. Gli Stati Uniti, che sono per molti versi un paese modernissimo, sono assolutamente interessati alla riproduzione e continuazione del proprio popolo, e della propria cultura. Lo stesso vale per i grandi paesi, moderni, ed insieme di lunghe tradizioni, del Sud Est asiatico, o del subcontinente indiano. Così come non è vero, naturalmente, che gli europei, e gli italiani, non facciano più figli perché sono poveri. In realtà non sono mai stati così ricchi, tanto che il posto dei nostri (mancati) figli è ambito dai popoli di gran parte del mondo. Ma allora? Come mai se godiamo di condizioni di vita che gran parte del mondo ci invidia, non vogliamo anche trasmetterle ai nostri figli? Come mai non abbiamo a cuore la continuazione di una cultura che il resto dell’umanità viene ad ammirare, appena ne ha i mezzi? Il fatto è che la passione oggi in più grave crisi, in Italia, e in tutta Europa, è quella per la propria identità.
E’ come se la bellezza, e la ricchezza, dell’identità italiana, ed europea, che tutto il mondo ci invidia, noi non la vedessimo più, ci fosse ormai indifferente. Viviamo i tesori delle Chiese, le statue e le architetture della città, le meraviglie dei paesaggi, come fanno certi impiegati dei musei che si aggirano da una sala all’altra, attraversando gli sguardi di ammirazione dei turisti, ma attenti soprattutto all’ora di chiudere, magari per piazzarsi al televisore davanti ad un mediocre reality show. L’Italia è il museo di cui siamo i più o meno ben stipendiati custodi, ma non più la nostra casa, e tanto meno la nostra passione.
Qualcosa si è spezzato nella relazione tra gli europei e la loro identità nazionale, declassando la loro appartenenza al gruppo di origine da caratteristica centrale del proprio essere ad un fatto burocratico, da scrivere sui certificati. L’individualismo esasperato ha certamente giocato un ruolo in quest’interruzione di legami e di appartenenze: ci siamo convinti che la nostra ricchezza fosse solo nostra, dimenticando che era legata a un contesto, a una storia. Che sarebbe distruttivo (per noi, ma anche per il resto del mondo), far finire con noi.