Le dichiarazioni rilasciate da Claudio Risé a Pierangelo Giovanetti, per “Avvenire”, 24 marzo 2006, www.avvenire.it

Un Paese a rischio estinzione, che non si rende conto di esserlo. Livelli di denatalità tali da prefigurare la scomparsa di milioni di italiani nel giro di alcuni decenni, e la sostituzione con popolazioni, culture e religioni altre, che ne prenderanno il posto e che determineranno nuovi modelli di vivere e di pensare nel Paese. Insomma, una profonda trasformazione demografica, che diventa antropologica e culturale, la quale avviene nel silenzio e nel totale disinteresse politico nazionale. Come dimostra l’attenzione - pressoché zero - riservata ieri dai maggiori quotidiani italiani ai dati Istat sulla riduzione in tre decenni di circa tre milioni d’italiani (da 58,6 a 55,8 milioni), e la sostituzione di una fetta dei rimanenti con popolazioni extraeuropee.
Come mai l’Italia è così tragicamente indifferente ai propri destini futuri? Perché resta dominante la sottovalutazione di questo silenzioso inabissamento che rischia di portare se non ad una scomparsa, comunque ad una trasformazione dell’«italianità», con conseguenze profonde sui valori portanti del Paese, sulla sua cultura, sui suoi modi di vivere? E come si potrebbe invertire tale rotta?
«La decisione di non fare più figli è influenzata (in paesi ricchi, come i nostri d’Europa) da condizionamenti psicologici e culturali molto forti», sostiene Claudio Risé, psicoanalista e docente di Sociologia della comunicazione all’Università di Varese. «Non sono i popoli che scelgono di non fare più figli, ma sono i modelli culturali dominanti che mandano messaggi negativi sulla natalità, e indirizzano i comportamenti in quella direzione. Questo è quanto sta avvenendo anche in Italia. La situazione attuale non si è prodotta autonomamente come una sorta di volontà autodistruttrice del popolo italiano, ma come risultato di un sistema di comunicazione che la influenza. Ed è su quello che occorre agire».
«Oggi - aggiunge Risé - si sente dire comunemente: beh, dopotutto se gli italiani non fanno più figli, saranno sostituiti da altri; il mondo è pieno di gente. Non si dice, per esempio, che in questa sostituzione di popolazione a somma zero, la cultura italiana, i suoi valori ed i suoi contenuti saranno sostituiti da altre culture, da altri modelli di vivere. Che quindi non è solo una questione etnica, ma culturale. Se scompare l’italianità, viene meno quel patrimonio culturale unico al mondo, che la costituisce. La sua scomparsa è un delitto contro l’umanità. Ma siccome una riflessione su questo tema comporterebbe una riflessione sull’identità del popolo italiano, della sua storia e della sua cultura, e questo disturberebbe il multiculturalismo superficiale di chi vuole importare mano d’opera a basso costo, per lavorazioni a basso contenuto tecnologico, di tutto ciò non si parla per nulla. Continuando a spingere verso una concezione individualista ed edonista della vita, dove non c’è spazio per il dono della vita, e per l’affetto e l’impegno educativo ai propri figli».
«Inoltre la denatalità del nostro Paese moltiplica l’angoscia nelle giovani generazioni, che inconsciamente percepiscono l’assenza di un futuro davanti a sé», aggiunge Claudio Risé. «Tutto ciò è il prodotto dell’indebolimento, in Europa, della cultura della vita. In tutta Europa questo è drammaticamente evidente. Ci sono Paesi, come l’Olanda, dove i giovani emigrano per esempio in Australia, non percependo futuro per sé nel proprio paese d’origine. È un venir meno dell’identità, legato al venir meno del senso di appartenenza religiosa, collante indispensabile di ogni identità collettiva, e della relazione con la vita. Senza cultura della vita diventa privo di senso il fare figli. Con quello che ne conseguirà, anche per l’Italia».